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ANTENNA TRE: “VENETO SI”, ALLE REGIONALI NESSUNA ALLEANZA CON PARTITI ITALIANI


Schermata 2014-10-01 alle 19.39.00Pubblichiamo il servizio andato in onda questa sera su Antenna Tre, in merito alle prossime elezioni regionali e al processo di indipendenza del Veneto

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“PURTROPPO DICONO CHE NON SI PUÒ”. E NOI LO ABBIAMO GIÀ FATTO!

Due pesi e due misure, tra ipocrisia e opportunismo politico, sul finanziamento dei referendum regionali per l’autonomia e l’indipendenza

bozza_01 X_VenetoSI (3)Oggi il governatore del Veneto ha annunciato l’apertura del conto corrente per la raccolta di fondi per l’organizzazione di un nuovo referendum regionale per l’indipendenza del Veneto. Il conto corrente della Regione Veneto sarà operativo da lunedì prossimo e l’IBAN è IT37C0200802017000103397411.

Al di là di tale notizia di cui diamo informazione per chi volesse contribuire a raccogliere la cifra di 14 milioni stabilita dal consiglio regionale, vogliamo porre l’accento su alcune questioni di fondo nella battaglia del governatore, che confonde costantemente gli obiettivi di autonomia e indipendenza, dimostrando scarsa preparazione o profonda malafede in materia. Egli ha infatti introdotto una nuova definizione di indipendenza “costituzionale”, che è una contraddizione in termini.

Speriamo si corregga in fretta, in quanto propagandare tale concetto significa candidarsi a mestatore di verità. L’indipendenza non si ottiene in virtù di un processo giuridico, bensì in seguito ad un processo civico, sociale, economico e politico. Chi si nasconde dietro o insegue i sofismi giuridici per evitare di andare al nocciolo delle questioni spesso dimostra di non conoscere come avvengono i cambiamenti profondi della storia. E se non bastasse ciò, rimandiamo alla dichiarazione “In Italia, purtroppo, ci dicono che non si può”. La frase è di Salvini, il capo politico di Luca Zaia, sempre a proposito del referendum per l’Indipendenza, intervistato qualche giorno fa dall’Huffington Post.

Ecco, sta tutto in questa frase la differenza tra noi e la dirigenza leghista. Posti davanti alla questione delle questioni loro incurvano le spalle, perfino i più giovani sembrano dei vecchi democristiani del bel tempo andato (e qui l’accenno a Tosi pare quasi come sparare sulla Croce Rossa); si sono specializzati nell’allargare le braccia e sospirare , rassegnati , “purtroppo dicono che non si può”.

Riguardo all’indipendenza il loro motto potrebbe essere “parlarne sempre, pensarci mai”. Anche la questione del finanziamento volontario da parte dei cittadini del referendum per l’indipendenza e nel contempo però obbligato, sempre da parte dei cittadini, per il referendum sull’autonomia, per decisione di lorsignori consiglieri regionali capitanati proprio da Luca Zaia, ci pare emblematico. “Il referendum consultivo per l’autonomia, per la sua particolare natura giuridica, è finanziabile con fondi regionali” twitta oggi il governatore: forse bisognava correggere con ‘Il referendum consultivo per l’autonomia, per la nostra ipocrisia e per opportunismo politico, è finanziabile con fondi regionali, derivati dalle tasse pagate dai cittadini veneti’.

Anche oggi insomma abbiamo avuto la conferma che lorisignori, dopo 25 anni di fallimenti, ogni tanto escono dai loro comodi uffici romani (o veneziani o milanesi) e agitano bandiere con il leone di San Marco, ma una bandiera se ad agitarla non è il vento delle idee e delle convinzioni ma solo la triste bonaccia delle convenienze (personali e di partito) non è altro che un pezzo di stoffa.

Quando NOI alziamo la bandiera con il Leone siamo sorretti dalla convinzione che esistano idee più forti delle ambizioni personali, delle cadreghe di governo e sotto governo.

A chi dice “In Italia purtroppo ci dicono che non si può”, NOI rispondiamo: si può fare. Anzi, noi lo abbiamo già fatto!

E lo abbiamo fatto mentre voi allargavate le braccia, le spalle incurvate sotto il peso della rassegnazione (e dei denari pubblici intascati). Se siamo arrivati a questo punto è grazie a noi e nonostante voi.

Siete ingranaggi in un sistema inceppato.
Noi siamo la soluzione, voi il problema.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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COSA CAMBIA PER IL VENETO DOPO IL REFERENDUM IN SCOZIA

Via accelerata per la piena indipendenza del Veneto?

gianluca-busato-veneto-siDopo la celebrazione del referendum scozzese e passate le reazioni a caldo è opportuno fare qualche riflessione su come possa essere mutato lo scenario veneto e internazionale dell’indipendentismo.

Il risultato, innanzi tutto. Va messo in evidenza che raramente esso è stato messo in discussione, se non nell’ultimo periodo quando i Sì si erano avvicinati ai No e in occasione di un sondaggio di YouGov che li vedeva avanti a una settimana dal voto. Tale prospettiva inaspettata nel finale di campagna ha scatenato una reazione sistemica a più livelli che ha riportato i No a vincere. Proprio questa reazione spiega la necessità di un cambio di strategia nell’indipendentismo in diverse regioni del mondo, in quanto è chiaro che diventa molto difficile raggiungere i propri obiettivi nel mondo globale contemporaneo se non si è in grado di recitare un ruolo a livello sistemico. Tale aspetto, per quanto ci riguarda come veneti, lo vedremo tra qualche tempo, non appena avremo completato la transizione in corso della nostra organizzazione mirata proprio a soddisfare a tale condizione. L’aspetto più positivo del referendum di indipendenza della Scozia è in ogni caso che è stato abbattuto il tabù dell’indipendenza nel cuore dell’Europa, all’interno dell’Unione Europea.

Le tempistiche dell’indipendenza. Con il senno di poi risulta ancor più chiaro ed evidente a tutti quanto sia stata saggia la decisione di Plebiscito.eu di svolgere il referendum di indipendenza del Veneto nello scorso mese di marzo, per evitare che vi fosse un calo di entusiasmo a seguito di una possibile doccia scozzese. Ci diamo da soli una pacca sulla spalla, per aver preso una decisione tanto coraggiosa nell’autunno 2013, che allora ci valse le critiche feroci della totalità degli indipendentisti di casa nostra, che ci accusavano di precorrere i tempi, che poi dopo il successo del Plebiscito Digitale giustamente furono drasticamente ridotti alla condizione di nani politici in confronto a Plebiscito.eu. Qualcuno di essi – assieme alla lega opportunista quanto inconcludente – fu in parte recuperato solo in seguito al goffo (e sospetto) accanimento giudiziario del 2 aprile verso i 24 separatisti veneti ingiustamente incarcerati e quindi subito liberati. L’approvazione quindi della legge referendaria regionale 16/2014 ha quindi dato loro un altro po’ di ossigeno artificiale.

Gli attori in campo. Tale scenario, per quanto ci riguarda, fa emergere una dualità evidente, citata qualche giorno fa anche dal Washington Post.

Da una parte c’è un progetto indipendentista coerente portato avanti da Veneto Sì, il movimento politico nato per supportare l’azione di Plebiscito.eu, dall’altra c’è il solito eterno inganno della lega nord, perpetrato da 25 anni a questa parte sulla pelle dei veneti ingannati da chi prometteva federalismo, autonomia e ora addirittura l’indipendenza “costituzionale”.

Le scelte da fare sono semplici, basta capire con chi ci si schiera. Il referendum regionale per l’indipendenza del Veneto è un falso scopo. Scassinato dall’azione dei partiti italiani in regione, ora è privo di copertura finanziaria da un lato e di meccanismi procedurali chiari dall’altro, che lo rendono ostaggio di ondivaghe dichiarazioni del governatore e dell’assessore regionale al bilancio.

È indispensabile un secondo referendum regionale? In realtà no. Sono molteplici le vie all’indipendenza, come ieri ha sottolineato lo stesso Salmond. A ben guardare il referendum è una sola delle strade possibili. I veneti hanno già espresso in realtà la propria volontà sovrana a grande maggioranza in occasione del Plebiscito Digitale e ora possono approfittare anche di congiunture particolari, come ad esempio i nodi finanziari in merito alla sostenibilità del debito pubblico da parte dell’Italia, per approfittare della propria posizione competitiva estremamente interessante se non unica nel quadro globale.

La piena e fattiva indipendenza del Veneto può essere semplicemente il frutto di una firma su un accordo presidenziale o governativo come quello per esempio fatto con il trattato di Osimo all’insaputa del parlamento stesso. Un accordo stretto nell’interesse del Veneto, dell’Italia, dell’Europa e di tutti i cittadini che finalmente tornerebbero ad avere fiducia nel proprio futuro.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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PETER PAN NON SERVE ALL’INDIPENDENZA DEL VENETO

Appunti di concretezza per rendere forte Veneto Sì

gbu-vsiProviamo a rispondere ad alcune domande per capire il momento che stiamo vivendo e quale sarà invece la modalità di crescita di Veneto Sì, il movimento politico che abbiamo fondato sulla spinta della vittoria nel referendum di indipendenza del Veneto del 16-21 marzo 2014.

Qualcuno si è mai chiesto perché in Veneto, nonostante da almeno un decennio ve ne siano tutte le premesse non è nato un movimento indipendentista di qualche peso? E’ possibile che gli indipendentisti siano ridotti a ruota di scorta, se va bene, della Lega, e se va male sono ridotti ad elementi del folklore Veneto al pari di Arlecchino? Perché è questo che fino ad ora siete stati sul palcoscenico della politica: delle comparse, simpatiche, chiassose, divertenti ma inutili.

Troppi indipendentisti sono affetti dalla sindrome di Peter Pan, ovvero da quella situazione psicologica in cui si trova una persona che si rifiuta o è incapace di crescere. Di diventare adulta e di assumersi delle responsabilità. Quando si fa politica il discrimine non è, per stare a noi, tra chi è più indipendentista di un altro ma tra chi è in grado di raggiungere lo scopo e chi non lo è. E ricordo ai più puri, che arriva poi sempre quello più puro che ti epura. Da anni infatti ne vediamo le conseguenze: di purezza in purezza siamo ridotti da sempre a numeri di consenso da prefisso telefonico. Un sacco (oddio, proprio un sacco no), di gente piena di sé, ma vuota di consenso popolare. Che in politica, piaccia o non piaccia è l’unica cosa che conti.

Ora, scusate l’immodestia, ma chi scrive ha dimostrato di essere in grado di avere le capacità e le doti di raggiungere lo scopo. Quando mai il tema dell’indipendenza del Veneto è approdato sulle prime pagine dei mass media, non solo nazionali ma perfino internazionali? E in questi anni di militanza ho capito una cosa molto semplice, ma che pare che per molti sia ancora oggi di difficile comprensione: per fare politica, per farla seriamente, per raggiungere uno scopo, occorrono soldi (tanti) e occorre organizzazione. Non basta avere ragione, non basta darsi ragione tra noi al bar o in incontri semi clandestini, occorre scendere nelle strade e guadagnarsi il consenso degli elettori, ad uno ad uno, come vi sta dimostrando anche la questione del referendum scozzese. Perché le nostre ragioni possono non essere le ragioni degli altri, e per portarli dalla nostra parte è necessario un lavoro duro, faticoso, costoso, di persuasione. Chi non capisce questo aspetto basilare della lotta politica semplicemente non ha senso della realtà, è un Peter Pan della politica. Per fare questo è necessaria una struttura organizzativa coesa, forte, fatta non solo di militanti convinti ma anche di professionisti all’altezza della sfida che ci attende e dotata di mezzi materiali in abbondanza. Chi pensa di poter vincere una battaglia come la nostra a colpi di buone intenzioni e purezza di spirito farebbe meglio a spiegare le sue alucce da Peter Pan e a volarsene nell’isola che non c’è. Forse a ben vedere anche lì però farebbe fatica a trovare consenso.

È destino di chi non conosce la storia di ripercorrerne le strade a vuoto. Non esiste e non è mai esistito un movimento politico di successo che non sia stato guidato da un nucleo ristretto di dirigenti. Non esiste e non è mai esistito un movimento politico di successo che non abbia avuto una organizzazione professionale al suo interno e che non abbia curato la formazione politica dei propri militanti. Non esiste e non mai esistito un movimento politico di successo che non abbia avuto mezzi economici a disposizione. Al di fuori di queste forche caudine si è solo movimento di opinione, non si è organizzazione politica, non si raggiunge un obbiettivo specifico e soprattutto non si forgia una classe dirigente. Ripeto, basta conoscere un po’ la storia per sapere queste cose. Sfido chiunque a dimostrare il contrario.

La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. E’ questo fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”.

Dal punto di vista pratico una classe dirigente in un movimento nascente come il nostro si crea all’inizio solo ed unicamente attraverso cooptazione, non è che ci siano altre strade, pena la frammentazione e la conseguente nascita di piccoli baroni locali (sarà inevitabile prima o poi, ma meglio poi ovviamente). Poiché la gran parte dei dirigenti cooptati è probabilmente a digiuno di politica vera (o peggio: è convinta di essere preparata ma non sa un bel nulla, tipo Serafini & company) organizzeremo corsi di formazione politica di base.

Per formazione politica di base intendo l’acquisizione di un minimo di competenze linguistiche (sofistiche) necessarie a discutere di politica (modulate ovviamente a seconda del contesto, televisione piuttosto che incontri con la base, uso di internet eccetera, insomma quella che un tempo si chiamava propaganda), oltre che ad una infarinatura di storia del pensiero politico. A seguire sarebbe sicuramente utile una infarinatura dei meccanismi istituzionali (qui sarà utile ovviamente anche la consulenza di avvocati e “gentaglia” del genere, consentitemi la battuta).

Queste cose non le fa più nessuno (forse solo il movimento 5 stelle, in modo approssimato) e i risultati si vedono. Questo ovviamente a grandi linee. Certo si tratta di un modello per certi versi datato sicuramente (ma neanche tanto visto che è quello ancora seguito in tutto il mondo “normale” a partire dalla Germania), il paradosso secondo me però è che chi dovesse riuscire ad organizzare un partito “vecchio” finirebbe per risultare “nuovissimo”. I nuovi mezzi (tipo il web) sono, appunto mezzi, non sono dei fini. La genialata se vogliamo di Casaleggio è di far passare il mezzo per il fine (salvo poi occupare fisicamente la televisione, le piazze e pure il Circo Massimo)

L’alternativa è di fare i dilettanti, cioè fare come si è fatto fino ad ora, tanta buona volontà, tanto entusiasmo ma gente di spessore politico pochina (dalle nostre parti, ammettiamolo, c’è fin troppa gente che si parla addosso).

Veneto Sì ha deciso di fare sul serio e di lasciar volare i Peter Pan verso l’isola che non c’è.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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RISORGIMENTO O RINASCIMENTO?

Amiamo così tanto l’Italia, che ne vogliamo tante, a cominciare dalla Repubblica Veneta

Schermata 2014-05-28 alle 16.43.18Approfittiamo del periodo di ferragosto per introdurre un tema poco sviluppato finora e in cui, a nostro avviso, la scelta è netta. La domanda è: dobbiamo morire tutti assieme appassionatamente con in mano la bandiera italiana immolandoci sul sacro altare della Patria italiana (per chi ci crede), sotto i colpi dell’imminente tempesta finanziaria, oppure forse è meglio trovare ispirazione dal più straordinario periodo che la storia della penisola abbia mai visto, per prosperità, cultura e rispetto internazionale di ogni territorio?

In sintesi: è meglio rifarsi al risorgimento, oppure è meglio il rinascimento?

A ben guardare la storia italiana può essere interpretata in più modi infatti. La nostra visione, casomai vi fosse il bisogno di ripeterlo, non è anti-italiana, anzi. Noi amiamo così tanto l’Italia, che desideriamo costruirne se non 20, almeno 5-6 di indipendenti. Oggi ci concentriamo sul Veneto, non dimenticando che la Lombardia vicino a noi è pronta per celebrare il suo Plebiscito Digitale per l’indipendenza, nonostante il suo governatore leghista preferisca l’autonomia. Ampliando il discorso inoltre, risulta evidente che ogni regione italiana godrebbe di enormi benefici dalla propria indipendenza, recitando finalmente un ruolo da protagonista e sganciandosi dalla sudditanza verso un governo centrale che ha dimostrato tutta la propria inefficienza e inutilità. Lasciamo ad altri approfondimenti futuri la dimostrazione di come ogni singolo territorio e Popolo godrebbe della propria indipendenza dallo stato italiano.

Ecco che arriviamo quindi, semplificando ai due modelli contrapposti. Per fare un parallelo storico essi sono due: il primo è il risorgimento che ancora scuote le fantasie della casta italiana che su di esso ha potuto costruire le proprie fortune a discapito della popolazione e il secondo è appunto il rinascimento, epoca in cui non esisteva uno “stato italiano” eppure in cui la cultura, l’economia, la scienza e l’influenza italiana ha toccato le proprie cime inarrivabili per l’italietta unitaria. I musei di tutto il mondo portano con orgoglio i segni della potenza di Venezia, Firenze, Roma, Napoli e Palermo (solo per citarne alcune) a testimonianza di un’età dell’oro oggi perduta per ciascuna delle antiche capitali oggi private di tanta gloria.

Nell’epoca contemporanea il modello vincente è ben diverso rispetto a quello di uno stato fantoccio che di primato oggi vanta solo l’assenza di una buona reputazione. Le dinamiche competitive e i quadranti geopolitici di influenza sono diversi tra le varie regioni, o meglio, nazioni che oggi sono compresse loro malgrado nello stato italiano. L’appartenenza a un sistema più ampio come l’Unione Europea ha messo in evidenza le contraddizioni del sistema italiano che prima erano latenti e visibili solo a pochi osservatori ben accorti. Esso va sciolto, per essere ricomposto nel quadro europeo e più in particolare, alpino, mitteleuropeo, mediterraneo e così via. Solo lasciando libere le energie vive di territori che vantano un bagaglio culturale senza paragoni potremo dare vita a un nuovo rinascimento culturale dei singoli Popoli che oggi soffrono la tara sistemica dello stato italiano. L’economia è l’ambito principale in cui oggi si rivela il ritardo competitivo del Veneto, della Lombardia, della Sicilia, della Sardegna. Ma esso riguarda ogni settore dell’umana attività.

La nostra risposta infine è fin troppo ovvia. Se c’era bisogno di rimarcarlo, noi preferiamo il modello più virtuoso e più adatto al mondo contemporaneo in cui viviamo e in cui la libertà di commercio, di trasporto, di comunicazione ha fatto evolvere meglio e prima gli stati più piccoli e culturalmente omogenei. Un periodo storico che assomiglia incredibilmente proprio al Rinascimento.

Ecco le ragioni per cui portiamo avanti le ragioni e gli strumenti per una nuova rivoluzione digitale con il sorriso, che permetta un nuovo rinascimento dei Popoli che oggi compongono la penisola, a cominciare, per quanto ci compete, proprio dalla Repubblica Veneta.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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LA NOSTRA FORZA È LA DEMOCRAZIA PACIFICA, LA NOSTRA ARMA È LA CONSAPEVOLEZZA

Cuore e ragione per raggiungere la piena indipendenza del Veneto

case-plebiscito01-738-PikachooseMentre il premier italiano ringalluzzito dall’aver calpestato il diritto di autodeterminazione del Popolo Veneto mostra improbabili muscoli al Financial Times e il governatore veneto si prodiga in interviste televisive che paiono più rassicuranti per il potere che per i cittadini veneti, ci apprestiamo ad affrontare un ferragosto che dev’essere di riflessione.
Iniziamo allora da noi stessi, veneti. Di fronte al sopruso e al rifiuto della democrazia da parte di uno stato italiano che oggi diviene una dittatura conclamata a tutti gli effetti, la prima reazione è di rabbia. Rabbia di fronte all’ingiustizia crudele di uno stato ladro ed assassino che ora cerca di chiudere inesistenti gabbie costituzionali per farci continuare a lavorare come muli al fine di spremerci sempre di più come limoni, per mantenere i propri privilegi di casta incapace e profondamente corrotta.
Lo stato italiano è l’impero del male, questo lo sappiamo tutti.
Un’entità profondamente inutile e odiata in ogni dove dai propri sudditi schiavi.
La rabbia è la naturale conseguenza dell’oppressione italiana sul Veneto, ma non deve lasciare spazio, neanche nelle parole, ad atteggiamenti che facciano l’occhiolino alla violenza.
La violenza è stupida, sciocca, inutile e costituisce il primo alleato di uno stato che è nato con la violenza e che ne ha fatto una ragione di sopravvivenza.
In ogni fase critica della propria esistenza lo stato italiano si è salvato in corner sempre e solo con la stessa tecnica violenta, o della strategia della tensione. Innescare qualche focolaio con agenti provocatori, per poi giustificare la repressione in cui avrebbe gioco facile per lo stato italiano è un gioco da ragazzi e rappresenta la sua unica possibilità di sopravvivenza.
In questi giorni prestiamo dunque attenzione a chi frequenta le nostre riunioni e a chi si finge amico proveniendo dal nulla nel caso in cui usasse toni violenti e cercasse di convincervi che servono le maniere “forti” per ottenere la libertà. In prima battuta cercate di farlo ragionare, ma se poi vedete che il suo è un convincimento che non ascolta ragione, allontanatelo, isolatelo e segnalatelo ai vostri coordinatori senza indugio.
Prestiamo sempre la massima attenzione affinché la malapianta della provocazione non metta radici nel nostro tessuto sano, consapevole che la Repubblica Veneta trova la propria forza nella ragione e che la nostra è una rivoluzione col sorriso, pacifica, determinata quanto ragionata. Sappiamo bene che la scusa dell’ordine pubblico è sempre dietro l’angolo per lo stato italiano per cercare di imporci la sua natura dittatoriale.
Dobbiamo essere forti e vigili che ciò non avvenga: siamo la maggioranza assoluta schiacciante dei veneti e dobbiamo essere forti di ciò, con responsabilità nell’attraversare il percorso che costituisce una prassi internazionale riconosciuta.
La nostra forza è la democrazia pacifica, la nostra arma è la consapevolezza che la libertà è ad un passo. Non lasciamoci ingannare da qualche sciocco disperato, o, peggio, agente infiltrato.

La piena indipendenza della Repubblica Veneta è un fatto storico che avverrà entro un tempo che sarà il più breve possibile se noi sapremo usare la ragione sempre a fianco del cuore.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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PLEBISCITO DIGITALE RAFFORZATO DOPO CHE RENZI HA CALPESTATO IL DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI

Quali sono tutte le opzioni possibili dopo la decisione antidemocratica del governo italiano che apre uno scenario nuovo per l’attuazione dell’indipendenza del Veneto

lindipendenteFacciamo il punto della situazione. Alla luce dello stop italiano alla Regione Veneto con l’impugnazione della legge regionale 16/2014 per l’indizione del referendum di indipendenza, cosa succede ora, quali sono le alternative?

Riservandoci di prendere visione del dispositivo governativo, proviamo a vederle.

1)   la Regione Veneto fa ricorso presso la corte costituzionale. Crediamo che questa ipotesi sia giuridicamente possibile, ma politicamente poco saggia ed evanescente in quanto piega un percorso di diritto internazionale all’interno di un vicolo cieco costituzionale. Da un punto di vista pratico poi è assolutamente inconsistente, almeno finché non si pronunci eventualmente in ultima istanza una corte internazionale (anche se sorge un problema di legittimazione attiva da parte della regione per adirvi) per il mancato rispetto da parte dello stato italiano del diritto di autodeterminazione dei popoli. Questa è la probabile strada che sarà seguita in regione, perché permetterà di nascondersi dietro il dito della facile scusa “non ce l’hanno lasciato fare”.

2)   La Regione Veneto tira dritto convocando in via unilaterale il referendum per l’indipendenza, costituendosi in giudizio al solo scopo di contestare alla consulta la legittimità a giudicare, in quanto trattasi di percorso all’interno dell’ordinamento internazionale. La strada è virtualmente possibile, ma operativamente senza possibilità di essere attuata, in quanto la macchina amministrativa elettorale è controllata dal ministero dell’interno italiano e dai prefetti che la bloccherebbero all’istante. La Regione Veneto potrebbe effettuare la consultazione tramite piattaforma di voto telematico, oppure tramite seggi su base civica volontaria. Questa opzione richiederebbe in ogni caso una dose di coraggio che non ci pare di intravvedere dalle parti di Palazzo Balbi.

3)   La Delegazione dei Dieci procede con l’istituzionalizzazione del Plebiscito Digitale del 16-21 marzo 2014. L’opzione è già in corso e a questo punto esce rafforzata grazie al sopruso da parte dello stato italiano che ha impedito l’esercizio di autodeterminazione del Popolo Veneto da parte della Regione, ma non può impedire un esercizio che si è già compiuto. In tal caso lo stato italiano avrebbe dovuto agire preventivamente bloccando i server di Plebiscito.eu, ma non fu abbastanza accorto e la volontà popolare si è già compiuta. Plebiscito.eu e Veneto Sì procedono lungo tale strada, sostenendo l’azione dei Dieci. In primis attraverso l’Esenzione Fiscale Totale che oggi trova ancora più forza alla luce dell’equazione “No Referendum No Taxation”.

4)   Una nuova dichiarazione unilaterale di indipendenza del Veneto da parte della Regione. Tale via oggi è improbabile. Nella prossima primavera si terranno le elezioni regionali: se vi fosse una coalizione indipendentista con candidato un presidente indipendentista e coraggioso potrebbe diventare una strada praticabile. In tal caso ci vogliono tanti soldi e un leader coraggioso. I tempi sarebbero però drammaticamente spostati in avanti con grave ulteriore deterioramento del tessuto socio-economico veneto che già oggi è oltre la soglia di sopportazione. Veneto Sì tiene aperta tale opzione, come extrema ratio se prima non si riesce ad arrivare a soluzioni utili.

5)   Rivolte non pacifiche. Questa è l’opzione NON praticabile e che tutti vogliamo non possa accadere per disperazione dei cittadini, a parte forse lo stato italiano che impedendo l’esercizio democratico dei cittadini veneti si è messo sulla strada della dittatura reale, saldando la forma di dittatura fiscale che già pratica da sempre. Ciò d’altro canto si inserisce coerentemente con le pseudo-riforme in atto da parte del governo Renzi che si stanno traducendo in un centralismo sempre più violento e nella ulteriore soppressione di espressioni democratiche e di autonomia.

Il quadro che ne esce ora è chiaro. Posto che ogni via che porti al raggiungimento dell’obiettivo della nostra indipendenza è da benedire, adesso si tratta di attuare al meglio le alternative possibili, cosa che richiede impegno, sacrificio, capacità e risorse. Questo noi faremo, continuando l’opera già iniziata e chiamando i cittadini veneti a sostegno delle opzioni pacifiche concrete per l’indipendenza del Veneto.

Ora non ci sono più alibi e scuse per nessuno. Ora è il tempo delle donne e degli uomini veri, dei fatti concreti e dell’azione coerente, non più delle parole al vento.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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NUOVO REFERENDUM REGIONALE PER L’INDIPENDENZA DEL VENETO: APPROVATE LE NORME DI ATTUAZIONE

Manca ancora la definizione del conto corrente nel quale i cittadini potranno versare i 14 milioni di euro previsti dalla Legge Regionale 16/2014 per l’organizzazione del referendum

2375-1_Pagina_1Pubblichiamo il testo della Delibera di Giunta Regionale n. 1331 del 28 luglio 2014 la quale disciplina le modalità di propaganda, le procedure di voto e la proclamazione ufficiale del risultato del referendum consultivo sull’Indipendenza del Veneto di cui all’articolo 2, comma 1 della L.R. n. 16/2014.

Dopo l’approvazione di tale atto, con qualche giorno di ritardo rispetto a quanto previsto dalla L.R. 16/2014, ora manca ancora da parte della Giunta Regionale l’indicazione del conto corrente e più in generale la disciplina degli aspetti economici e finanziari relativi alla raccolta delle risorse finanziarie previste a copertura dei costi del referendum di indipendenza del Veneto e stabilite dall’articolo 4 della Legge n. 16/2014, che ha fissato in 14 milioni di euro la somma da coprire con erogazioni liberali e donazioni da parte di cittadini ed imprese.

2375-1_Pagina_2Attendiamo pertanto l’approvazione di tale atto e a questo punto lo scadere del termine del 24 agosto prossimo per l’impugnazione della legge 16/2014 da parte del governo italiano presso la corte costituzionale.

Ufficio comunicazione – Veneto Sì

TESTO COMPLETO DELLA DGR 1331/2014

OGGETTO: Legge regionale 19 giugno 2014, n. 16 “Indizione del referendum consultivo sull’Indipendenza del Veneto”: disposizioni in merito alla propaganda, alle procedure di voto e alla proclamazione ufficiale del risultato.

NOTA PER LA TRASPARENZA:
Con questo provvedimento la Giunta Regionale disciplina le modalità di propaganda, le procedure di voto e la proclamazione ufficiale del risultato del referendum consultivo sull’Indipendenza del Veneto di cui all’articolo 2, comma 1 della L.R. n. 16/2014.

2375-1_Pagina_3L’assessore Roberto Ciambetti riferisce quanto segue. Premesso che:

1. L’articolo 1 della legge regionale 19 giugno 2014, n. 16 “Indizione del referendum consulti- vo sull’Indipendenza del Veneto” prevede che il Presidente della Giunta regionale del Veneto indica un referendum consultivo per conoscere la volontà degli elettori del Veneto sul seguente quesito: “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana?”.
La suddetta consultazione referendaria viene approvata se ha partecipato la maggioranza de- gli aventi diritto e viene raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
Il Consiglio regionale, con proprio provvedimento, fissa la data di svolgimento della consul- tazione referendaria.

2. L’articolo 2, comma 1 della legge regionale in parola prevede che la Giunta Regionale disci- plini la propaganda, le procedure di voto e la proclamazione ufficiale del risultato relativa allo svol- gimento del referendum sopra indicato.
L’articolo 2, comma 2 prevede inoltre che le facoltà riconosciute dalle disposizioni vigenti ai partiti o gruppi politici rappresentati in Consiglio regionale e ai comitati promotori del referendum
siano estese anche agli enti e alle associazioni che, operando in Veneto, per la loro opera politica od associativa dichiarata formalmente in atti pubblici o in programmi elettorali accettati dal Ministero dell’Interno, abbiano interesse, positivo o negativo, verso l’espressione del Popolo Veneto in ordine alla propria autodeterminazione.
A tal fine, si ritiene di far riferimento alla normativa regionale e statale vigente e, in partico- lare, alla legge regionale 12 gennaio 1973, n. 1, “Norme sull’iniziativa popolare per le leggi ed i re- golamenti regionali, sul referendum abrogativo e sui referendum consultivi regionali”, agli art. 24 e ss. individua e disciplina gli istituti nonché le modalità operative per lo svolgimento dei referendum consultivi per la regione del Veneto e alla Legge 4 aprile 1956, n. 12 “Norme per la disciplina e la propaganda elettorale”, Legge 25 maggio 1970, n. 352 “Norme sui referendum previsti dalla Costi- tuzione e sulla iniziativa legislativa del popolo”, e Legge 27 dicembre 2013, n. 147, recante “Dispo- sizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2014)”.

Premesso quanto sopra, ai sensi della normativa statale e regionale sopra citata, si prevedono le seguenti disposizioni in ordine allo svolgimento della consultazione referendaria in oggetto:

1) Propaganda dello svolgimento del referendum:

fermo restando quanto previsto dall’articolo 2, comma 2 della Legge n. 16/2014 in ordine all’estensione ad altri enti ed associazioni delle facoltà riconosciute dalle disposizioni vigenti ai partiti o gruppi politici rappresentati in Consiglio regionale ed ai comitati promotori del referendum, si applicano le disposizioni contenute nella legge 4 aprile 1956, n. 212 “Norme per la disciplina della propaganda elettorale”, legge 25 maggio 1970, n. 352 “Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo”, e legge 27 dicembre 2013, n. 147, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio an- nuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2014)”;

2) Svolgimento delle operazioni relative al referendum:

per quanto riguarda le operazioni di voto, le operazioni di scrutinio, gli onorari ai presidenti e ai compo- nenti degli uffici elettorali di sezione, gli aspetti organizzativi ed amministrativi e il modello di scheda elettorale si applicano in quanto compatibili le disposizioni previste dagli art. 24 e ss. della l.r. 12 gen- naio 1973, n. 1 e s.m.i e dalla legge 25 maggio 1970, n. 352 “Norme sui referendum previsti dalla Costi- tuzione e sulla iniziativa legislativa del popolo”;

3) Proclamazione ufficiale del risultato del referendum:

a) ai sensi dell’articolo 17 della L.R. n. 1/1973, le competenze che la legge 25 maggio 1970, n. 352 at- tribuisce alla Corte di Cassazione sono svolte dalla Corte di Appello di Venezia, che costituisce l’Uf- ficio Centrale per il referendum, in conformità dall’art. 8, terzo comma, della legge 17 febbraio 1968, n. 108 “Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto normale”;
b) l’Ufficio Centrale conclude le operazioni procedendo alla proclamazione dei risultati del referen- dum; la proposta sottoposta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e se è stata raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi (art. 20 l.r. 12 gennaio 1973, n. 1).

Considerato, inoltre, che l’articolo 4 della Legge n. 16/2014 prevede che agli oneri correnti derivanti dall’attuazione della presente Legge quantificati in euro 14.000.000,00 per l’esercizio 2014 si faccia fronte con le entrate provenienti da erogazioni liberali e donazioni da parte di cittadini ed imprese, si ritiene di de- mandare a successivo provvedimento della Giunta regionale, istruito dalla struttura regionale competente per materia, la disciplina degli aspetti economici e finanziari relativi alla raccolta delle suddette risorse finanziarie.
Per tutto quanto non previsto dalla legge regionale 12 gennaio 1973, n. 1, ed in particolare per la disciplina della propaganda relativa allo svolgimento dei referendum e per le disposizioni penali, si fa riferimento, in quanto applicabili, alle norme contenute nella legge statale 25 maggio 1970, n. 352.

Il relatore conclude la propria relazione e propone all’approvazione della Giunta regionale il seguente provvedimento.

LA GIUNTA REGIONALE

UDITO il relatore il quale dà atto che la struttura proponente ha attestato l’avvenuta regolare istrutto- ria della pratica, anche in ordine alla compatibilità con la vigente legislazione regionale e statale;
VISTE le leggi 4 aprile 1956, n. 212; 17 febbraio 1968, n. 108; legge 25 maggio 1970, n. 352; legge 16 aprile 2002, n. 62; legge 27 dicembre 2013, n. 147; VISTO lo Statuto del Veneto;
VISTE le leggi regionali 12 gennaio 1973, n. 1, e 19 giugno 2014, n. 16; VISTO l’art. 2 co. 2 della legge regionale n. 54 del 31 dicembre 2012.

DELIBERA

1. di approvare la disciplina di cui all’articolo 2 comma 1 della L.R. 16/2014 relativa alle modalità di pro- paganda elettorale, le procedure di voto e la proclamazione ufficiale del risultato del referendum consul- tivo sull’Indipendenza del Veneto, così come illustrato in premessa;

2. di demandare a successivo provvedimento della Giunta regionale, istruito dalla struttura regionale com- petente per materia, la disciplina degli aspetti economici e finanziari relativi alla raccolta delle risorse fi- nanziarie, di cui all’articolo 4 della L.R. 16/2014;

3. di dare atto che la presente deliberazione non comporta spesa a carico del bilancio regionale;

4. di incaricare la Sezione EE.LL., Persone Giuridiche, Controllo Atti, Servizi Elettorali e Grandi Eventi dell’esecuzione del presente atto;

5. di pubblicare la presente deliberazione nel Bollettino ufficiale della Regione.

IL SEGRETARIO

Avv. Mario Caramel

IL PRESIDENTE

Dott. Luca Zaia

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CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO: UN SITO “GRUVIERA” COSTATO 7.5 MILIONI DI EURO

Hackerati intranet ed email dei consiglieri regionali, nel silenzio più totale e imbarazzato dei media veneti

crvINTRANET

Aggiornamento delle 14.30: ci siamo resi conto che i giornali veneti non avevano oscurato la notizia. Semplicemente se ne sono resi conto solo dopo il nostro comunicato stampa, dopo oltre 14 ore di messa off line del sito del consiglio regionale…

Ieri è stato violato il sito internet del consiglio regionale del Veneto www.consiglioveneto.it (mentre scriviamo è ancora off line), con accesso all’intera intranet e alle caselle postali dei consiglieri.

Le informazioni e i file possono essere scaricati dal sito ufficiale di Anonymous, l’organizzazione di hacktivisti che ha deciso di colpire l’assemblea regionale del Veneto a seguito tra l’altro della clamorosa vicenda del Mose definendola nientemeno che “un ammasso di voraci zecche dedite alla rapina dei più deboli”. Si tratta di 1548 File pari a circa 1 GB ora disponibili al pubblico.

Staremo a vedere nelle prossime ore e nei prossimi giorni se qualche notizia clamorosa e top secret emergerà dai “leaks” ora consultabili da chiunque. Ciò che in queste ore preoccupa non poco è anche il silenzio assoluto degli organi di informazione, in particolare quelli veneti, rispetto a una notizia che con tutta evidenza è molto grave. Mettere a repentaglio la sicurezza informatica dell’intero consiglio regionale non ci pare una notizia di secondo piano, con tutto il rispetto per le cronache estive spesso infarcite di notizie fondamentali.

Al di là del merito vogliamo inoltre ricordare un fatto che all’epoca fu rilevato solo da noi, in uno splendido isolamento di cui oggi ci pregiamo.

Il rifacimento del sito internet del consiglio regionale è costato 7,5 milioni di euro. Scoprire oggi che questo mare di soldi non è servito a proteggere un ambito che dovrebbe essere istituzionale e riservato ci fa arrabbiare ancora di più.
E non è finita qui: il dramma è che adesso spenderanno altrettanto perché diranno che questo sito non è più sicuro! Quindi, troveranno altre scuse per spendere i nostri soldi. Poi però per l’organizzazione del referendum di indipendenza del Veneto i soldi non si trovano, perché dare la voce ai cittadini per lorsignori non è una priorità!!

Questo è lo specchio dell’inadeguatezza politica di una classe politica regionale allevata secondo i dettami dello spreco e del privilegio fatti propri nei pollai della partitocrazia italiana.

Ciò dimostra ancor più quanto sia opportuno seguire una strategia indipendentista globale che ci permetta di trovare una backdoor rispetto all’inquietante inadeguatezza come minimo digitale che alberga nella massima istituzione italiana oggi presente in Veneto.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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FRANCO CORREZZOLA: “DALL’AUTODETERMINAZIONE COME RISTORAZIONE DEI DIRITTI LESI, ALLA AUTODETERMINAZIONE COME REALIZZAZIONE DELLA FELICITÀ”

Pubblichiamo di seguito la relazione presentata nel corso del Congresso fondativo di Veneto Sì dall’avv. Franco Correzzola sul diritto di autodeterminazione dei Popoli

correzzolaNel vivace dibattito giuridico e dottrinale che oggi si sforza di trovare una definizione comune del principio di autodeterminazione dei popoli (in inglese selfdetermination) viene spesso ingiustamente dimenticata l’importanza storica del discorso “dei Quattordici punti” pronunciato dal Presidente U.S. Woodward Wilson in data 8 Gennaio 1918.
Il documento, redatto in base agli studi e suggerimenti di apposita commissione di esperti (The Enquiry) nominata dal Presidente Wilson nel 1917, ebbe grande risalto ed anticipò la Conferenza di Pace di Parigi.
correzzola-2Unica tra le potenze vincitrici, la presidenza U.S. decise di esprimere chiaramente i propri obiettivi e condizioni per la sottoscrizione della pace all’indetta Conferenza.
Vale la pena rammentare in sintesi i famosi “Quattrodici Punti” (poi saliti di numero invero):

1) l’eliminazione dei patti segreti tra le potenze in favore di una maggiore trasparenza degli accordi;
2) la necessità di garantire per il futuro la libera navigazione sui mari;
3) l’eliminazione delle barriere economiche tra i Paesi;
4) la riduzione degli armamenti ai limiti necessari per soli scopi difensivi;
5) la definizione dei contenziosi coloniali con equo rispetto dei diritti delle popolazioni interessate;
6) la liberazione da forze militari esterne dei territori russi;
7) la liberazione da forze militari esterne del Belgio e restaurazione della sua piena sovranità;
8) la restituzione alla Francia dei territori (Alsazia e Lorena) sottratti dalla Prussia nella guerra del 1870;
9) il riassetto delle frontiere italiane;
10) la divisione in entità autonome e sovrane del Regno di Austria ed Ungheria;
11) la liberazione e restaurazione dei Regni di Romania, Serbia e Montenegro, con garanzia di accesso al mare per la Serbia e sviluppo dell’indipendenza piena di parecchi Stati balcanici;
12) la divisione dell’Impero Ottomano in più entità statali, con garanzia di piena indipendenza per la Turchia, nel rispetto delle minoranze presenti sul territorio;
13) la costituzione di uno stato polacco sovrano ed indipendente;
14) la costituzione di una Società delle Nazioni con lo scopo di affrontare e gestire le reciproche dispute in modo pacifico, con garanzia dell’integrità territoriale ed indipendenza politica degli Stati appartenenti, in conformità a principi di decisione condivisa.

congresso-1Particolarmente interessante è la soluzione prospettata dagli accordi di pace per la definizione dei confini austriaci moderni, aspramente contesi dalle potenze confinanti.
A fronte di una attribuzione diretta di alcuni territori all’Italia (sostanzialmente il Tirolo del Sud, incluse le province di Trento e Bolzano, nonché Tarvisio e la Val Canale) ed al Regno dei Serbi- Croati e Sloveni (Unterdrauburg ed alcune valli contigue) si decise di coinvolgere la popolazione della Carinzia del Sud nella decisione sul proprio destino.
Infatti, la Presidenza Wilson aveva incaricato una missione diplomatico militare (guidata da Archibald Cary Coolidge e Sherman Miles) di relazionare le potenze vincitrici sulla particolare situazione afferente il Ducato della Carinzia del Sud.
Il colonnello Miles, resosi conto della singolarità del territorio carinziano, propose di coinvolgere la popolazione nella decisione attraverso l’indizione di un plebiscito referendario.
congresso-2Il Ducato di Carinzia, abitato dai paleoveneti e carnici fin dall’antichità, aveva mantenuto una sua autonomia per tutta la durata del Sacro Romano Impero, fino a divenire una proprietà degli Asburgo.
La popolazione era prevalentemente di lingua tedesca, ma le zone sud-orientali erano prevalentemente abitate da gente di lingua slava.
Le truppe del Regno dei Serbi-Croati e Sloveni avevano cercato di far valere un diritto di fatto attraverso l’occupazione militare dell’area fino alle città di Klagenfurt e Villaco, scatenando la rivolta armata delle popolazioni tedesche che avevano riconquistato le posizioni a Nord del fiume Drau fino alla città di Ferlach .

lindipendenteSherman Miles propose di prendere a riferimento come linea di confine i monti che separavano la Drava dalla Slovenia ovvero la linea di displuvio delle Caravanche, ma quest’ultima proposta incontro notevoli resistenze tra le Parti interessate.
Si decise quindi, come descritto in maniera dettagliata nell’accordo di Saint Germain, di separare temporaneamente il territorio in due zone: la B ovvero la città di Klagenfurth e dintorni, posta temporaneamente sotto amministrazione austriaca, e la zona A, posta temporaneamente sotto amministrazione delle truppe Serbo-Croate e Slovene.
La zona A avrebbe dovuto pronunciarsi con un Plebiscito, indetto per la data del 10 Ottobre 1919, sul passaggio al Regno dei Serbi-Croati e Sloveni.
In caso di esito positivo, si sarebbe tenuto analogo Plebiscito anche nella zona B.
Particolare significativo è dato dal fatto che furono chiamati a votare tutti i soggetti residenti al 1
Gennaio 1919, senza distinzione di sesso, purché nativi della zona od ivi residenti almeno a far data dal 1 Gennaio 1912.
L’esito fu tutt’altro che scontato: la popolazione, in prevalenza di lingua slava, della zona A si espresse per il mantenimento dell’unione della Carinzia, rendendo di fatto superflua la consultazione nella zona B.
Di fatto, poiché il 68% della popolazione era di lingua slovena e risultò che il 59,04 % dei votanti si erano espressi per l’unitarietà della Carinzia, si deve dedurre che il 40% della popolazione slovena scelse di restare in Austria.
La cosa non dovette sorprendere il colonnello Miles, il quale aveva già notato come gli abitanti sloveni fossero storicamente inseriti nel Ducato di Carinzia con prevalenti rapporti economici verso le città di Graz e Klagenfurt, avendo poco a che spartire con i connazionali a Sudest del confine. Inizialmente la decisione non venne accettata dal Regno Serbo-Croato e Sloveno, che cercò di far valere i diritti di forza ed il vantaggio dell’occupazione militare dei territori, ma poiché pacta sunt servanda, in data 18 Novembre dovettero passare le consegne.
L’esito non fu mai più contestato, neppure durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Un referendum proposto inizialmente per ragioni strettamente nazionalistiche, ebbe pertanto un esito ben più ragionevole: più saggi dei proponenti furono gli elettori che tennero a mantenere inalterati i rapporti storico ed economici correnti, avendo assimilata ed apprezzata la riconosciuta efficienza dell’amministrazione e cultura asburgica.
Il principio di autodeterminazione dei popoli espresso da Wilson, che aveva trovato una prima coerente applicazione proprio con gli accordi di Saint Germain, successivamente fu la base teorica (vedi la Resolution 1514 dell’Assemblea Generale U.N., Declaration on the granting of independence to colonial Countries and Peoples) che portò alla dissoluzione delle potenze coloniali. Il Discorso dei c.d. Quattordici Punti del Presidente Wilson ispirò profondamente il movimento Samil Undong per la proclamazione dell’indipendenza della Korea, all’epoca occupata dal Giappone, altrimenti definito anche come Movimento del Primo Marzo (1919).
L’occupazione militare giapponese risaliva agli esiti della Guerra del 1905, permanendo una sostanziale disparità di trattamento a sfavore dei cittadini coreani rispetto ai giapponesi.

Le rivendicazioni dei trentatré sottoscrittori della Dichiarazione d’Indipendenza vertevano sulle seguenti doglianze:

1) il Governo giapponese discriminava i dipendenti coreani per trattamento e privilegi;
2) nel Governo era lamentata l’assenza di rappresentanti coreani in ruoli di prestigio;
3) vi era una evidente disparità di accesso alla educazione superiore;
4) in generale i coreani subivano una disparità di trattamento;
5) i funzionari governativi, coreani o giapponesi che fossero, erano arroganti;
6) non vi era sufficiente azione per il riconoscimento dei meriti dei coreani dotati di istruzione superiore;
7) i procedimenti amministrativi erano troppo complessi e le leggi pubblicate così sovente che era impossibile per i coreani poterle osservare puntualmente con ovvie negative conseguenze;
8) vi era una massa indesiderata dal governo di forza lavoro coreana;
9) le tasse erano troppo pesanti ed esagerate, i coreani dovevano pagare sempre più di prima ricevendo in cambio i medesimi servizi;
10) la terra era spesso confiscata dai giapponesi per ragioni particolari;
11) gli insegnanti coreani erano ostacolati al fine di disperdere le loro tradizioni e cultura;
12) gli sforzi per lo sviluppo dei coreani erano interamente devoluti nell’interesse dei giapponesi e da ciò i coreani medesimi non traevano vantaggio.
Indubbio che talune delle rivendicazioni sono di grande attualità odierna, nel definire le condizioni di oggettivo svantaggio che la dottrina ritiene necessarie al riconoscimento di un diritto soggettivo d’autodeterminazione.

Ciononostante, pare a me che il diritto di autodeterminazione non abbia ancora trovato una sufficiente specificazione giuridica, nel rispetto del principio naturale riconosciuto e citato nel discorso di Wilson.

La questione dell’autodeterminazione dei popoli (rectius diritto di autodeterminazione) pare a me allo stato della tecnica, cristallizzata su alcuni dogmi:

a) non esiste un diritto soggettivo a secedere dei popoli, ma dichiarare l’indipendenza non è illegittimo per il diritto internazionale e per la maggior parte dei diritti costituzionali interni (il nostro ad esempio nulla dice in merito, quindi né autorizza né punisce come reato per il principio nulla poena sine lege);
b) il diritto di autodeterminazione dei popoli pacificamente riconosciuto è quello c.d. Interno, ossia quello che non incide sui limiti territoriali degli Stati (uno per tutti, il Trattato del C.of E. del 1985, reso esecutivo in Italia nel 1990) non intaccando la c.d. Sovranità nazionale degli Stati medesimi;
c) la remedial secession non è illegittima, ma viene vista come un caso eccezionale e giustificata se sussiste un’occupazione coloniale o straniera ovvero evidenti, continue e perseveranti discriminazioni;
d) i giuristi sono, giustamente terrorizzati dal disordine e confermano la sola legittimità di processi che si sviluppino a mezzo di negoziazione garantista con modalità pacifiche di esercizio del diritto; una secessione che possiamo definire in stile cecoslovacco;
e) per evitare eccessive frammentazioni, non alle minoranze ma solo ai popoli spetta l’esercizio del diritto e, se motivato da discriminazione, le stesse debbono essere compiutamente elencate.

Al momento, queste sono le opinioni prevalenti, ma ritengo che lentamente il cammino si muoverà verso il riconoscimento di un vero e proprio diritto soggettivo, una volta superati alcuni problemi quali l’individuazione dell’organo competente a decidere sull’azione a tutela del diritto stesso.
E’ una mia convinzione che i veri motivi d’impulso ala base di ogni volontà indipendentista siano disgiunti dal concetto strettamente nazionalistico, ma vadano ravvisati in una Heimat rappresentata da ciò che è condiviso culturalmente, storicamente, geograficamente ed economicamente.

Finora si è cercato di limitare i rischi di tensione interna foriera di potenziale violenza e disordine attraverso la fusione in entità di maggior livello rispetto allo Stato tradizionale, come nel caso della Unione Europea, ma in tutta evidenza si è arrivati ad un punto limite ove il grande non significa più bello ed appare decisamente distaccato dai popoli ed individui, non è più Heimat.
Ritengo pertanto utile rammentare che la Unione Europea è nata come Comunità Economica
Europea.
Il superamento stesso del concetto di autodeterminazione interna può avvenire attraverso una ridefinizione del concetto di sovranità statale.
La stessa pare oggi del tutto obsoleta, prendendo atto della delega massiva di poteri all’Unione Europea da parte degli Stati aderenti; qual’è oggi il limite di sovranità territoriale? La frontiera del Brennero oppure l’area Schengen?
I fatti dimostrano come in fondo confini ed identità statali non siano immutabili, ma seguano le necessità dei tempi.

Propongo pertanto il recupero integrale dell’idea di autodeterminazione esposta nel Discorso di Wilson ed, accogliendo l’insegnamento tratto dal Referendum della Carinzia del Sud del 1919, addivenire al principio di autodeterminazione funzionale.
Un passaggio dall’idea di autodeterminazione come ristorazione dei diritti lesi, alla autodeterminazione come realizzazione della felicità (insegnamento tratto dal lavoro di Cesare Beccaria ed accolto da Thomas Jefferson nella Costituzione Americana); forse questo riuscirà a dare giustizia alla nostra Heimat riservando i poteri di sovranità delegati alla Comunità Europea.
Sul come si debba procedere, ritengo che oggi sia stata tracciata una via importante, attraverso l’opera della Venice Commission, istituzione fondata dal Council of Europe nel 1990 con il significativo nome di European Commision for Democracy Through Law.
Detta Commissione di esperti, dopo aver espresso importanti lavori di analisi del tema (vedi il
Report 10-11 Dicembre Self-Determination ad Secession in Costitutional Law e la Opinion in data
21-22 Marzo 2014 sul caso Crimea) si è curata di predisporre un Codice di Buona Condotta sui
Referendum (adottato dal Consiglio per le Elezioni Democratiche nel corso della riunione del
16.12.2006 e dalla Venice Commission in data 16-17 Marzo 2007).

Ritengo pertanto che oggi esista, superati i limiti delle rispettive previsioni costituzionali, un metodo ed un giudice per la realizzazione delle consultazioni referendarie di autodeterminazione.
In futuro, potrà configurarsi l’ipotesi di secessioni non remediali ossia dettate dallo stato di necessità per garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali, ma funzionali al conseguimento di un miglioramento dell’esercizio della gestione dei poteri di sovranità, in maniera analoga a quanto affermato per i poteri locali dalla European Charter of Local Self-Government del 1985.

avv. Franco Correzzola