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IN ALTO IL CALICE PER TOSCANI E POLLICE GIÙ PER CHI TACE

Prime risposte all’appello ai migliori avvocati veneti, che vogliano mettersi a nostra disposizione per rendere un servizio al Popolo Veneto con una azione legale contro chi ci ha definito “un Popolo di ubriaconi e alcolizzati”. Registrate già oltre 600 adesioni alla class action lanciata da Veneto Sì.

È sempre più incredibile questo Oliviero Toscani, che nella sua carriera è riuscito a strappare contratti spropositati, spesso pagati proprio da imprenditori veneti, a fronte di provocazioni che è difficile definire artistiche. Nella sua gratuita, violenta, beffarda offesa contro tutti i veneti egli ha dimostrato di essere proprio un ottimo allievo e proseguitore del bestiario razzista delle canzoncine razziste contro i napoletani, o dei populisti xenofobi d’antan anche di casa nostra.

Se da un lato non siamo d’accordo con chi chiede semplici scuse, forse perché ha riconosciuto un comune e involuto metalinguaggio, dall’altro ci pare ancora più assurdo l’imbarazzante silenzio sulla vicenda del candidato governatore del pd che si spiega forse con una sorta di autocensura. Forse Alessandra Moretti non ricorda che lo stesso Toscani un paio d’anni fa se la prese anche con le donne, in particolare con le donne belle e che si curano, magari andando dall’estetista. “Le donne devono essere più sobrie, dare importanza all’essere più che al sembrare, solo così si possono evitare altri casi di femminicidio”, disse Toscani, aggiungendo che “le donne non si devono truccare, mettersi il rossetto, devono volersi bene per quello che sono”.
Nulla da dire anche su questo fronte, signora Moretti?
Io credo invece che le sue parole non possano essere fatte passare lisce, anche perché non è la prima volta che offende i veneti. I suoi tweet di provocazione di ieri sera e di oggi dimostrano come il signor Toscani pensi di giocare con noi veneti. Giochiamo allora con lui, ma a modo nostro, in tribunale.


Certo, dice qualcuno, andrebbe anche ringraziato perché offendendoci ci ha uniti come Popolo, in un certo senso riconoscendoci. Sicuro, però lasciar passare un’offesa di tal fatta significa accettare il ruolo di ritardati che una certa cultura di regime italiana ci ha dipinto in tanti decenni di ostentata vergognosa produzione pseudo-artistica.

Questi signori dimenticano che persino il Rinascimento è nato a Venezia, tacendo di artisti quali Goldoni, che hanno conferito nobiltà letteraria alla nostra lingua veneta, o della pittura veneta che dà gloria ai più importanti musei del mondo, o alle opere dei nostri impareggiabili architetti. Potremmo andare avanti all’infinito a citare artisti, geni, grandi veneti che hanno fatto la nostra storia e la nostra cultura. Così come potremmo stilare una lista infinita di veneti contemporanei che anche oggi danno lustro al nostro Popolo nel mondo. Citiamo solo Federico Faggin, l’inventore del microprocessore, che permette a tutti noi di vivere nell’era digitale della società dell’informazione.

italiaÈ vero, abbiamo anche una straordinaria produzione enologica e anche gastronomica, che danno grande spessore a una terra che, tra l’altro, è la prima regione turistica dello stato italiano, che oggi ci va stretto, proprio in quanto provinciale, profondamente antieuropeo e chiuso al mondo, degno insomma del migliore Oliviero Toscani, roba da casa di riposo di quart’ordine di ex fotografi anni ’80. Il declino italiano è il declino degli Oliviero Toscani, leghisti inconsapevoli, interessati solo al vil denaro.

Questa è la ragione per cui abbiamo deciso di non passare sopra alle sue offese e di non limitarci solo alle parole, passando all’azione, con la proposta di una class action contro il celebre fotografo, che in poche ore da ieri sera ha già raccolto oltre 600 adesioni dal nostro sito internet. Il nostro spirito benevolo non deve essere confuso con la disponibilità a mancarci oltremodo di rispetto, a calpestarci. Se così facessimo, daremo il là a tutti i parassiti di questo stato nemico per calpestarci ulteriormente, per tenerci sudditi paganti, schiavi che mantengono i privilegi assicurati dal furto dei nostri soldi, della nostra dignità e delle nostre speranze.
toscaniAssieme a tutti i veneti che aderiranno alla class action lanciata da Veneto Sì, denunceremo il Sig. Oliviero Toscani e gli chiederemo i danni per aver offeso oltre ogni misura consentita tutti noi veneti, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra pacifica dedizione al lavoro e alla buona vita. Abbiamo chiamato all’appello tutti i migliori avvocati veneti, che vogliano mettersi a nostra disposizione per rendere un servizio al Popolo Veneto con una class action contro chi ci ha definito “un Popolo di ubriaconi e alcolizzati”. I primi professionisti già hanno aderito all’appello, ne attendiamo altri.

Considerato inoltre il fatto che molti veneti vivono all’estero, chiederemo loro di unirsi a noi veneti residenti, per intentare oltre ad una causa in territorio italiano, anche più cause possibili in ogni sede competente anche internazionale.

Alla fine rideremo noi veneti, brindando alla sua salute.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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CLASS ACTION DEL POPOLO VENETO CONTRO IL RAZZISTA OLIVIERO TOSCANI

“I veneti sono un popolo di ubriaconi e alcolizzati” ha detto Oliviero Toscani. Dimostriamoglielo brindando alla vittoria nella causa che gli intenteremo per razzismo

toscaniOggi Oliviero Toscani – famoso fotografo ben pagato proprio dai veneti per il suo lavoro spesso sopra le righe -, in un suo intervento durante la trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio 24 ha definito i veneti «un popolo di ubriaconi e alcolizzati. Poveretti, non è colpa loro se nascono in Veneto».

«I veneti sono un popolo di ubriaconi – ha proseguito Toscani – Alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri». «Poveretti i veneti – ha ribadito – non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino. Basta sentire l’accento veneto: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino».

Se da un lato, per quanto ci riguarda saremo presto ben felici di non essere più concittadini del sig. Toscani grazie alla nostra piena indipendenza, dall’altro non possiamo passare sotto silenzio le sue parole, che rivelano un profondo razzismo verso tutto il nostro Popolo.

Per questo abbiamo deciso di lanciare una class action per fargli una causa milionaria, dato che l’unica lingua che capiscono questi signori è quella dei soldi. Più saremo più guadagneremo e ci godremo ben felici i soldi che il sig. Toscani pagherà con il suo lavoro lautamente pagato a noi veneti, che saremo allora liberi di berci il gruzzolo alla sua salute.

Se vuoi unirti alla class action contro Oliviero Toscani, compila il modulo sottostante.

    Class action contro il razzista Oliviero Toscani

    Con la seguente dichiarazione sottoscritta, dichiaro la mia volontà di unirmi alla class action contro Oliviero Toscani, per le sue parole profondamente razziste verso tutti i veneti.

    Con la sottoscrizione della presente, ai sensi del D.Lgs. 196/2003 (legge sulla “privacy”) autorizzo Veneto Sì al trattamento dei miei dati personali secondo le modalità indicate nella nota informativa pubblicata all'indirizzo web www.https://venetosi.org/privacy

    VENETO SI

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    VENETO SI: APERTE LE AUTOCANDIDATURE AL PARLAMENTO PROVVISORIO DELLA REPUBBLICA VENETA

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    La Delegazione dei Dieci, con propria deliberazione n. 3/2015, ha approvato la legge elettorale per l’elezione del Parlamento Provvisorio della Repubblica Veneta.

    Veneto Sì, come già comunicato, parteciperà a tali elezioni. Chi desidera sottoporre la propria candidatura alla Segreteria di Veneto Sì può farlo compilando il modulo sotto riportato. Nel modulo va indicata anche la propria area preferita di candidatura (indicando da minimo 1 a massimo 3 aree). A lato riportiamo la mappa delle aree elettorali. Ad esse si aggiunge la n. 43 dedicata ai Veneti residenti all’estero.

    Si precisa che ogni candidato deputato che sarà effettivamente presente in lista dovrà contribuire ai costi elettorali della consultazione con una donazione volontaria, da effettuarsi secondo le modalità che saranno fornite dalla Tesoreria di Veneto Sì.

    E’ necessario possedere le competenze e i valori etici adeguati per sottoporre la propria candidatura.

    La scelta finale sui candidati spetterà in modo insindacabile alla segreteria di Veneto Sì. La scelta sui candidati che parteciperanno invece alle elezioni regionali seguirà un processo di selezione diverso che sarà comunicato a suo tempo. L’autocandidatura al Parlamento Provvisorio della Repubblica Veneta costituirà in ogni caso titolo preferenziale anche in tale scelta futura.

    Chi intendesse candidarsi direttamente senza sottoporre la propria autocandidatura a Veneto Sì, in altra lista, lo può fare autoorganizzandosi seguendo le indicazioni fornite nella legge elettorale citata.

    Ufficio elettorale – VENETO SI

    Per autocandidarsi nelle liste di Veneto Sì al Parlamento Provvisorio della Repubblica Veneta compila il modulo seguente.

      Autocandidatura a Deputato per Veneto Sì

      Con la seguente dichiarazione sottoscritta, dichiaro la mia volontà di proporre la mia autocandidatura nelle liste di Veneto Sì alle elezioni del Parlamento Provvisorio della Repubblica Veneta. Sono consapevole che la mia è una proposta e la decisione finale spetterà solo ed unicamente a Veneto Sì.

      Con la sottoscrizione della presente, ai sensi del D.Lgs. 196/2003 (legge sulla “privacy”) autorizzo Veneto Sì al trattamento dei miei dati personali secondo le modalità indicate nella nota informativa pubblicata all'indirizzo web www.https://venetosi.org/privacy

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      IL NAUFRAGIO AUTONOMISTA SPALANCA LA STRADA ALL’INDIPENDENZA CON VENETO SI

      Roma boccia per sempre la falsa ipotesi di statuto speciale, ora la scelta è VENETO SI o VENETO NO.

      VotaGiane VenetoSI BIn grande silenzio e senza commenti da parte dei candidati governatori del Veneto di Lega e Pd si è celebrata martedì sera a Roma l’eterna sepoltura del loro identico progetto politico per l’autonomia del Veneto, con la definitiva bocciatura dell’inserimento in costituzione del Veneto tra le regioni a statuto speciale. La domanda è: ma se Zaia e Moretti sono stati sconfessati per sempre dal parlamento italiano, cosa propongono ora ai cittadini veneti, oltre all’imbarazzato e imbarazzante silenzio?
      Silenzio ancor più sorprendente, in quanto rivela la più totale mancanza di una strategia, di un modello e di un progetto politico che non siano la mera normale e consuetudinaria amministrazione in un momento in cui è invece richiesta la capacità di dare forma a qualcosa che sappia essere straordinario, alla luce delle sfide che il Veneto deve saper cogliere a partire dal 2015.
      Il Veneto ha bisogno di una leadership illuminata, competente e determinata che lo sappia portare a recitare il ruolo che merita in Europa.
      industriaNon è concepibile che una regione dove si situano 2 tra le prime 10 province più industrializzate d’Europa (Vicenza e Treviso), senza contare le altre 2 che si trovano nell’area storica della Serenissima (Brescia e Bergamo), non abbia un proprio modello di riferimento.
      Non è possibile che, nel momento in cui nei simposi internazionali vengono illustrati dalle più importanti potenze del mondo progetti geopolitici che vedono Venezia e il Veneto nuovo baricentro delle vie di trasporto e comunicazione, i candidati governatori di lega e pd dimostrino tutto il proprio inadeguato comportamento da vassalli allevati nelle corti dei partiti italiani, autocensurando ogni ambizione di recitare tale ruolo di fronte al mondo.
      Per fortuna che di fronte a tale degrado programmatico e istituzionale, a differenza di altri finto indipendentisti che hanno scelto di allearsi con la lega di Zaia, è sorta l’alternativa di VENETO SI, che sta illustrando ai cittadini veneti il proprio progetto strategico, sapendo bene di essere in perfetta e straordinaria solitudine, mentre i propri concorrenti si contendono solitarie presenze televisive infarcendole del nulla cosmico, condito con una litania di lamenti, o di banalità non all’altezza con il compito che spetta al nuovo Presidente del Veneto.
      D’altro canto era del tutto naturale che a interpretare il nuovo ruolo strategico internazionale assunto dal Veneto fosse chiamato chi per primo, e contro l’impotenza di chi affermava fosse impossibile, ha permesso alla maggioranza dei veneti di esprimersi con un Plebiscito a favore dell’indipendenza della Repubblica Veneta il 16-21 marzo 2014.
      Ho lungamente sperato di essere sollevato da tale incarico, ma la mancanza di leader mi impone oggi di assumermi tale responsabilità e di chiedere il mandato ai cittadini veneti di portare a termine il mandato conferitomi con il Plebiscito Digitale, con l’ottenimento della piena e fattiva indipendenza del Veneto, secondo quanto previsto dal diritto internazionale di autodeterminazione dei Popoli.
      La drammaticità dell’attuale situazione socio-economica e l’importanza del passaggio storico che oggi caratterizza la nostra Terra impone che vi sia una consapevolezza del ruolo da svolgere che altrove non alberga.

      Con l’aiuto di tutti voi il Veneto e Venezia torneranno ben presto ad essere il faro di civiltà che sempre hanno saputo essere nella propria indipendenza.

      Gianluca Busato
      Candidato PRESIDENTE DEL VENETO
      Per VENETO SI

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      VENETO SI PER SCONFIGGERE L’ESERCITO MALEDETTO DELLO SPENDI E SPANDI CON IL FURTO PUBBLICO DEI NOSTRI SOLDI

      L’indipendenza del Veneto è indigesta ai signori dei partiti italiani, perché la torta dell’affarismo sarebbe bandita dalla tavola italiana ben apparecchiata della politica, locale e centrale.

      VotaGiane VenetoSI GOggi Zaia in una consueta produzione giornaliera monstre di comunicati stampa su tutto lo scibile umano (attività un po’ contraddittoria per chi aveva annunciato che “non avrebbe fatto campagna elettorale”), non ha mancato di pronunciarsi in merito all’annuncio fatto da Furio Bragagnolo, patron di “Pasta Zara”, intenzionato a trasferire la sede dell’azienda nel vicino Friuli Venezia Giulia a statuto speciale.
      Zaia, nel commentare la questione si lascia scappare la voglia di sostituire lo stato centrale come tassatore infernale. Egli infatti afferma che “se noi avessimo lo stesso regime fiscale della vicina regione autonoma terremmo nelle nostre casse 14,5 miliardi in più. E poiché l’irap che incassiamo vale 2,8 miliardi e il bollo auto 500 milioni potremo abolire queste due tassazioni e ci resterebbero ancora 11,5 miliardi da utilizzare, da spendere”. Altro che flat tax al 15% come ciancia il suo capopartito Salvini!

      Beh, sinceramente ci pare un po’ poco fare tutto questo bailamme per abolire solo l’irap e il bollo auto ed avere una marea di soldi da dare a politici locali da spendere chissà come. Questa maledetta mentalità keynesiana dello spendi e spandi pubblico si è purtroppo fatta largo in molta classe dirigente attuale, che brama dalla voglia di spendere i nostri soldi.

      In questo esercito dell’apocalisse si segnalano anche nuovi generali che mai ti saresti aspettato, come quel Corrado Passera, che venerdì mattina, mentre mi dirigevo in auto a visitare un Cliente, ho avuto la sventura di ascoltare a Radio Anch’io, mentre proponeva di svalutare l’euro a più non posso e investire 1.000 miliardi in nuova spesa pubblica statale, dalle infrastrutture all’istruzione.

      Cari amici politici dell’esercito della salvezza, che vi mettere qualche mostrina insignificante solo per darvi una posizione nella scacchiera della politica, dovete mettervi in testa che ad aver mandato a scatafascio il sistema dello stato italiano è stata proprio la mania di spendere e spandere per tutto, dal clientelismo a spesso inutili, controproducenti, improduttive e faraoniche opere pubbliche. Non sarà certo il fatto che si sostituisce un politico con la mostrina di “destra” a quello con la mostrina di “sinistra” che le cose si possono risolvere, né tantomeno lasciando mano libera a chi con il Mose ha già dimostrato quale sia l’uso che intendono farne.

      Si capisce allora perché uno Zaia, o una Moretti qualsiasi siano refrattari all’idea di indipendenza del Veneto, che sarebbe coniugata a un sistema a democrazia diretta dove i cittadini con i referendum su tutto (anche sulle tasse!) tagliano le unghie ai politici spendaccioni, e preferiscono invece il ben più succoso sistema di autonomia per il Veneto, dove possono farsi gli appalti tutti loro (per dirla alla Razzi), senza lasciare fette di torta a Roma che più che ladrona è solo ingorda delle tangenti e delle commissioni dei politicanti locali.

      Si capisce allora perché, nella più classica logica veneta del “can no magna can”, il parlamento italiano abbia deciso di continuare a pagare lo stipendio di parlamentare, attraverso il furto delle nostre tasse, a un ladrone reo confesso, che è anche presidente della commissione Cultura a Montecitorio. Cultura del furto e della corruzione?

      L’indipendenza del Veneto è indigesta ai signori dei partiti italiani, perché la torta dell’affarismo sarebbe bandita dalla tavola italiana ben apparecchiata della politica, locale e centrale.

      Gianluca Busato
      Segretario – VENETO SI

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      SPAZZIAMO VIA I PREFETTI CHE SI SCHIERANO CONTRO I SINDACI VENETI DI OGNI SCHIERAMENTO POLITICO

      Da Treviso a San Giorgio in Bosco e a Cittadella impazza il centralismo idiota italiano. Aveva ragione Einaudi, via il prefetto!

      Veneto SI o Veneto NO?Questa settimana i prefetti italiani hanno imperversato in Veneto, colpendo indistintamente tutte le parti politiche.
      In particolare si è segnalato il prefetto di Treviso Maria Agosta Marrosu, che ha addirittura commissariato il comune di Treviso e il sindaco Manildo per cancellare le prime nozze gay trascritte da Cà Sugana. Spiace che anche una figura come Gentilini, per difendere una mera questione ideologica di parte abbia appoggiato invece un autentico e odioso sopruso coloniale esercitato dallo stato contro il comune di Treviso. È assurdo che una parte del potere esecutivo centrale abbia la facoltà di intervenire su chi esercita una funzione legislativa locale, saltando a piè pari il potere giudiziario, che interviene solo dopo. E figuriamoci se in uno stato retrogrado come quello italiano i giudici possono sognarsi di intervenire contro lo stato centrale al quale sono legati da uno squallido intreccio di interessi.

      Poi è stata la volta del Prefetto di Padova Patrizia Impresa che è intervenuto con una lettera di richiamo contro i sindaci di San Giorgio in Bosco e Cittadella, rei di indossare la fascia di San Marco della Serenissima Repubblica Veneta in cerimonie ufficiali. Anche qui dispiace che ad esercitare la pressione sul Prefetto sia stata una parte politica, il PD, che sempre per difendere una questione ideologica di parte abbia appoggiato invece un altro odioso sopruso coloniale esercitato dallo stato contro i due comuni dell’alta padovana.

      Siamo al ridicolo!

      Insomma il PD da una parte e Gentilini dall’altra si alleano al potere coloniale dello stato per reprimere la libera democrazia cittadina che parte dalla base, dal Veneto! Questa è la classica traduzione della logica del divide et impera che ha come scopo la perpetuazione della rapina fiscale del Veneto.

      Ci chiediamo allora quale senso abbia la figura del prefetto, se non appunto di vero e proprio controllo coloniale e decisamente antistorico rispetto alle autonomie locali che dovrebbero anche nel pur logoro e triste stato italico trovare una difesa costituzionale nello stesso articolo 5 sempre usato dagli italianisti per difendere un’unità oramai insostenibile.

      Queste notizie fanno il pari con quelle del 2012, in cui il prefetto di Treviso minacciò addirittura di destituire tre sindaci, anche allora di diverso orientamento politico, che non volevano issare il tricolore in occasione del 2 giugno.

      Questi episodi dimostrano come la carica del prefetto vada abolita, eliminata, sradicata dal nostro impianto istituzionale. Tra l’altro camminando nelle nostre stupende piazze venete si può notare una cosa, che dimostra la logica coloniale e odiosa di questo istituto che la storia ci piazza tra i piedi in modo vergognoso, quale rottame ideologico di uno stato centralista morente: le prefettura in tutto il Veneto non espongono la bandiera della Regione Veneto.
      Il prefetto quindi da un lato si fa carico dell’obbligo dell’osservanza della legge in materia di esposizione della bandiera, ma a sua volta ignora bellamente la legge regionale che prevede l’esposizione della bandiera della Regione Veneto da parte degli enti pubblici.

      Questa è un’autentica vergogna.

      Il prefetto rappresenta la faccia brutta e cattiva del regime italiano morente. Come veneti abbiamo il dovere di chiedere alle prefetture ospitate nel nostro territorio di osservare i nostri costumi e di portarci rispetto. Come possiamo accettare l’imperio di un funzionario nominato da una capitale lontana che impone la sua legge senza rispettare la nostra?

      Se qualcuno avesse dei dubbi, riportiamo uno scritto di Luigi Einaudi, purtroppo dimenticato da molti, che si scagliava proprio contro la concezione dello stato dirigista che fu inoculato da Napoleone, lo stesso delinquente della storia che tanto odiò la Serenissima Repubblica di Venezia e tanto invece è adorato da chi oggi, guarda caso, è in prima fila nel difendere l’ossatura istituzionale del dinosauro italiano, avendo ritardato a suo tempo l’indizione del referendum per l’indipendenza del Veneto con monitoraggio internazionale.

      Via il prefetto, via l’Italia, via i partiti ladri e corrotti.
      Viva l’indipendenza del Veneto!

      Gianluca Busato
      Segretario – VENETO SI

      Via il Prefetto!

      DI LUIGI EINAUDI

      Proporre, in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il « prefetto » sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l’amministrazione pubblica? In verità, il prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d’ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli stati italiani governavano entro i limiti posti dalle « libertà » locali, territoriali e professionali. Spesso « le libertà » municipali e regionali erano « privilegi » di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all’universale. Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l’opera iniziata dai Borboni, le libertà locali; e Napoleone, dittatore all’interno, amante dell’ordine, sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezionò l’opera. I governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. L’Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d’ltalia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura.
      Democrazia e prefetto repugnano profondamente l’una all’altro. Né in ltalia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico. Gli uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la forma di governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e pensieri propri dei loro paesi a paesi nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da imparare, perché quelle parole sentono profondamente da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da sé, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare. L’auto-governo continua nel cantone, il quale e un vero stato, il quale da sé si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica per mezzo dei propri consiglieri di stato, senza uopo di ottenere approvazioni da Berna; e Berna, ossia il governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro o governo più grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri più piccoli. Così pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; così si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la gente sbriga da sé le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo centrale. Così si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei cantoni o negli stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da sé né è creata dal fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e via via quelle delle cose nazionali od inter-statali più grosse.
      La classe politica non si forma tuttavia se l’eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non e pienamente responsabile per l’opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l’eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l’attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell’interno. Costui è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell’intero stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l’iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l’approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali. Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco né il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico. Chi, se non un funzionario statale, può interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni più piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta è : non sono ancora arrivate le istruzioni, non è ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno. A nessuno viene in mente del ministero, l’ idea semplice che l’eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che cosa fu e che cosa tornerà ad essere l’eletto del popolo in uno stato burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un tale, il cui ufficio principale è essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso prefetti, , consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri, sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché di fatto più potenti, presso direttori generali, capidivisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri. Il malvezzo di non muovere la « pratica » senza una spinta, una raccomandazione non è recente né ha origine dal fascismo. È antico ed è proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l’orologio, diceva: a quest’ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone; così si può dire di tutti gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami, materie insegnate. I fascisti concessero per scherno l’autonomia alle università; ma era logico che nel sistema accentrato le università fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria dell’amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni possibilità ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a cattedre. Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a valere la volontà dei loro amministrati appariva camorra, o sopruso, privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventerà ministro dell’interno, disporrà della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente del consiglio può rinunciare ad essere ministro dell’interno se non vuol correre il pericolo di vedere « farsi » le elezioni contro lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture, delle questure e dei carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l’esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.
      Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è : Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia l’amministrazione centralizzata è scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L’unità del paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L’unità del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sé. La vera costituente non si fa in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano o si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa e dai comitati eleggere una costituente. Chi vuole che gli italiani governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria, suI governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma così : col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed a successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da una parte con il distretto o collegio o vicinanza, unità più piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall’altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc. ; sempre, alla pari del comune, il collegio e la regione dovranno amministrarsi da sé, formarsi i propri governanti elettivi, liberi di gestire le faccende proprie del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire.
      Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o quell’altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, ad indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall’alto, urge distruggere l’idea funesta della sovranità assoluta dello stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l’unità nazionale. L’accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali; una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia « economica » , ossia arbitraria. L’arbitrio poliziesco erasi affievolito all’inizio del secolo; ma lo strumento era pronto; e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, è pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica.
      Che cosa ha dato all’unità d’Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo è svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. È lo stato il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unità è salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l’occasione unica di ricostruire lo stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno stato vero e vivente.

      (« L’Italia e il secondo risorgimento », supplemento alla Gazzetta ticinese, 17 Iuglio 1944, a firma Junius.)

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      QUANDO ANCHE VENEZIA FA RIMA CON ROMA

      I consiglieri regionali si chiudono nel fortino dorato, mentre le aziende venete licenziano o scappano altrove per sfuggire all’inferno fiscale. La soluzione è nella risposta giusta alla domanda VENETO SI o VENETO NO?

      Targhet Veneto Sì per l'indipendenza del VenetoSi fa presto a parlare di Veneto quando i comportamenti sono squisitamente italiani.
      L’ultimo esempio viene proprio dal Consiglio Regionale, che ha pensato bene di bocciare un emendamento alla legge elettorale regionale veneta che limitasse da subito il limite di due mandati elettivi per i consiglieri regionali. O meglio, se ne parlerà dal 2025, quando non si capisce perché il presunto limite di costituzionalità dovesse essere superato, o forse digerito e quando gli attuali consiglieri avranno già la loro pensioncina bella che assicurata. O così forse si illudono.
      Questi difensori della costituzionalità ci ricordano un po’ Shoichi Yokoi, il soldato giapponese che proprio il 27 gennaio del 1972 fu trovato ancora a combattere la sua personale seconda guerra mondiale nell’isola di Guam. Solo che a differenza dell’eroico soldato costoro di eroismo ne dimostrano proprio poco.
      Uno di loro, tal Grazia, ha addirittura pensato di introdurre un emendamento che vietasse ai giornalisti di partecipare alle elezioni. Io non sono mai stato tenero, in particolare con il Corriere del Veneto, con cui ho anche duramente duellato a causa di una suo attacco nei nostri confronti basato su fonti non attendibili e scientificamente screditate, che ci procurò un grave danno di immagine, e per tale ragione posso permettermi di affermare che il limite della bestialità politica è stato superato con il tentativo dei consiglieri regionali veneti di eliminare il diritto di elettorato passivo all’intera categoria che – nel bene e nel male, pur sottopagata e dequalificata – svolge un ruolo di fondamentale importanza e vitale per la nostra società, come testimonia la recente strage terroristica dei fascisti islamici a Parigi. Io sono anche oggi Charlie Hebdo, anche in Veneto.
      Purtroppo invece dalle parti di Palazzo Ferro-Fini il clima è diverso e si capisce bene come abbia potuto andare in scena il triste spettacolo del Mose, con tali attori comprimari.
      Si capisce altrettanto bene inoltre la pochezza di proposte quali quelle dei candidati governatori, da chi, come il governatore in scadenza, dice di non fare campagna elettorale e poi facendola più di ogni altro andando in tv a fare monologhi ogni sera, a chi, come l’esponente renziana, apre all’ipotesi di Veneto a statuto speciale, purché non sia speciale. Si vedono già all’orizzonte inoltre anche indipendentisti di disturbo e di comodo che difendono leggi referendarie regionali già bocciate e ne ripropongono di uguali (o lavate con Perlana? per parafrasare una celebre pubblicità) tanto per riempire il vuoto spinto della propria proposta politica.
      Esempi tristi che dimostrano come a volte anche Venezia fa rima con Roma.
      Nel frattempo la droga di Draghi non basta a risolvere i problemi dell’oppressione fiscale sul Veneto e del sistema marcio italiano. Anche oggi, tanto per allungare la litania, la Riello, una delle aziende venete più celebri, ha presentato un piano industriale di crisi, che prevede 71 licenziamenti e tagli di stipendio. E anche aziende virtuose come Pasta Zara il gruppo cartario Burgo paiono intenzionati a spostare la propria sede in Friuli Venezia Giulia, per lenire il peso del peggiore inferno fiscale del mondo.

      Prima allora che a dover andar via siano tutti i veneti che lo possono ancora fare, con una valigia di cartone, per tornare a sorridere e a ridare speranza al nostro Popolo, nei mesi a venire bisogna che tutti i veneti sappiano rispondere correttamente alla domanda VENETO SI o VENETO NO?

      Gianluca Busato
      Segretario – Veneto Sì

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      I VENETI RISPONDANO ALLA DOMANDA: VENETO SI O VENETO NO?

      In un quadro generale sempre più turbolento, il Veneto deve saper scegliere l’unica prospettiva concreta di benessere per il proprio futuro

      VENETO-SI-NOSi apre una settimana cruciale per l’equilibrio finanziario europeo nel medio termine, dopo il terremoto innescato dalla Banca Centrale Svizzera di giovedì scorso che ha visto emergere un franco svizzero forte sganciato dall’euro. Giovedì 22 gennaio prossimo la Banca Centrale Europea si appresta a varare un intervento di 550 miliardi di euro (secondo Bloomberg) con un programma di acquisto di titoli pubblici, con particolari condizioni che farebbero ricadere sulle singole banche centrali le responsabilità per i titoli pubblici di ogni paese. Se ciò fosse confermato, bankitalia e i tartassati cittadini dello stivale continueranno ad essere responsabili del debito pubblico italiano, in quanto i tedeschi – giustamente – non vogliono saperne di pagare i debiti fatti dai politici italiani.
      Domenica 25 gennaio si tengono inoltre le elezioni in Grecia, dove pare favorita la sinistra radicale di Tsipras, che pare intenzionata a chiedere una ricontrattazione alla UE del debito pubblico greco. La risposta tedesca potrebbe anche essere – secondo quanto affermato da indiscrezioni pubblicate da Der Spiegel, smentite poi dal governo di Berlino – di indicare alla Grecia la porta di uscita dall’euro, dando vita al cosiddetto scenario GREXIT. La realtà è che risulta sempre più difficile per un’Europa politicamente e fiscalmente inesistente affrontare il mare sempre più turbolento dello scenario globale, ora anche sul fronte energetico-petrolifero, con la sfida tra l’Opec e i produttori USA di shale-oil che paiono messi alle corde dal prezzo sempre più basso del petrolio che diminuisce i loro margini in modo strutturalmente insostenibile.
      In mezzo a tale bailamme il Veneto è caratterizzato invece dal vuoto cosmico dei propri attuali contendenti, da Zaia alla Moretti, tutti impegnati a contendersi la bandiera della battaglia di retroguardia dell’autonomia del Veneto. Autonomia che tutti noi sappiamo essere impossibile da ottenere per la nostra regione, in quanto serve il voto favorevole di 700 parlamentari su 1000, compresi quelli delle regioni assistite con la rapina fiscale del Veneto. Questi signori si impegnano nella consueta recita del teatrino politico italiano di serie B, e ormai prossimo alla serie C (almeno a giudicare dal giudizio delle agenzie di rating sul sistema-paese), tra una destra impresentabile e una sinistra inqualificabile, mentre emerge l’unico grande incontrovertibile tema delle prossime elezioni regionali: VENETO SI oppure VENETO NO?
      La risposta dovrebbe essere ovvia per tutti: se i tedeschi difendono i loro legittimi interessi di pagatori di tasse, anche i veneti hanno tutto il diritto – e anche il sacrosanto dovere – di farlo. Non ha più senso tergiversare mentre monta il dramma socio-economico che porta sempre più famiglie ed imprese venete ai margini e oltre la barriera della sostenibilità economica.
      Chi teme una strategia (da sempre favorita dalla lega di poltrona) che veda emergere un frastagliamento della cosiddetta galassia venetista sappia che tale rischio verrà meno dopo l’elezione del Parlamento Provvisorio della Repubblica Veneta, che si terrà dal 15 al 20 marzo prossimi (per votare bisogna procurarsi il codice di voto a partire dal 15 febbraio registrandosi da www.plebiscito.eu). Le prime elezioni politiche nel segno dell’INDIPENDENZA del VENETO daranno vita a una nuova entità politica legittima che inizierà ad esercitare il potere legislativo in terra veneta, unitamente al Governo Provvisorio che contestualmente si insedierà, che eserciterà invece il potere esecutivo della Repubblica Veneta, in aperta concorrenza istituzionale con le istituzioni dello stato italiano, delegittimate dalla dichiarazione di indipendenza del Veneto di Treviso del 21 marzo 2014. Ciò farà pulizia anche dei mestieranti della politica e delle mezze figure che torneranno ad essere pulviscolo nel nulla cosmico che rappresentano.
      In un quadro generale sempre più turbolento, con un’area euro sempre più instabile, il Veneto deve saper scegliere l’unica prospettiva concreta di benessere per il proprio futuro
      Il Veneto ha l’occasione in queste settimane e in questi mesi di restare agganciato all’Europa virtuosa, se saprà rispondere correttamente alla domanda VENETO SI oppure VENETO NO?
      Se risponderà VENETO SI, dando il pieno mandato a chi ha saputo imporre il Dossier Veneto all’attenzione del mondo, per attuarne la sua piena indipendenza, il Veneto potrà restare agganciato all’Europa sana e dare forma concreta al piano strategico che vede in Venezia il baricentro di un nuovo equilibrio geopolitico, come emerso dalle indicazioni dell’ultimo forum APEC tenutosi a Pechino nel novembre scorso, alla presenza dei leader del 58% del Pil mondiale (compresi USA, Russia e Cina).
      Se risponderà VENETO NO, scegliendo la destra o la sinistra italiane, allora scivolerà verso l’Africa e non potrà che continuare a lavorare giorno e notte per mantenere gli agi di parassiti che a tutto pensano fuorché di rinunciarvi, sperando che nel frattempo succeda qualcosa di miracoloso, continuando a dare stupidamente fiducia a chi ha già fallito per 25 anni e oltre.
      Quando ti trovi di fronte a un quasi cadavere, com’è lo stato italiano, le medicine convenzionali non servono a nulla, se non ad accompagnarlo verso la morte certa.
      L’unica possibilità è data da una terapia intelligente e di buon senso, come l’indipendenza del Veneto.

      L’unico voto utile allora è rispondere VENETO SI. Il resto è tempo perso mentre l’ammalato si aggrava perdendo anche la residua speranza.

      Gianluca Busato
      Segretario – VENETO SI

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      Stop a richieste supplichevoli di autonomia, l’unica soluzione è l’indipendenza del Veneto

      Deutsche Bank, il Dossier Veneto rientra a pieno titolo tra le questioni aperte in Europa per rivendicazioni di tipo indipendentista, grazie al referendum digitale del 16-21 marzo 2014

      Referendum indipendenza veneto, proclamazione in piazza dei signori.L’unica soluzione per il Veneto si chiama indipendenza e la stragrande maggioranza dei cittadini veneti lo sa perfettamente e lo ha dimostrato con il Plebiscito Digitale. Lo hanno ben compreso anche gli analisti dei più importanti istituti. Tra di essi anche importanti istituti finanziari, come la Deutsche Bank, che ha pubblicato uno studio molto interessante sui movimenti indipendentisti europei. L’analisi di DB mette sullo stesso piano il Plebiscito Digitale svoltosi in Veneto il 16-21 marzo 2014 ed il referendum informale catalano del 9 novembre 2014 e il referendum ufficiale per l’indipendenza della Scozia del 18 settembre 2014, inserendo il dossier Veneto a pieno titolo tra le questioni aperte in Europa per rivendicazioni di tipo indipendentista, e questo proprio grazie al Plebiscito Digitale ed ai risultati ottenuti da Plebiscito.eu, che ha dimostrato di saper giocare un primo tempo importante di una partita nella serie A della politica internazionale.

      Non altrettanto si può dire per i politici veneti che continuano imperterriti a giocare nella serie B italiana, con ridicole richieste illusorie e sterili di autonomia e statuto speciale, impossibili da ottenere per ragioni economiche (il debito pubblico italiano non lo consente) e politiche (la maggioranza di parassiti dello stato ladro non approverà mai la rinuncia volontaria al furto dei soldi dei veneti).

      Il filosofo Carlo Lottieri scrive, a proposito della richiesta del governatore veneto in scadenza Zaia che ha inviato una lettera ai parlamentari veneti invitandoli a fare la classica richiesta di elemosina con il capello in mano affinché nella discussione di questi giorni sulla riforma della Costituzione si inserisca anche un emendamento che collochi il Veneto tra le regioni a statuto speciale: “lo schema è quello di incamminarsi verso la conquista di limitate autonomie, nella convinzione che un uovo oggi (lo statuto speciale) sarebbe meglio di una gallina domani (l’indipendenza). Un Veneto simile al Friuli? Questa sembra l’ipotesi su cui Zaia vuole giocare le sue carte per affrontare e risolvere i gravi problemi della società veneta”.

      E ancora: “Di altro tipo è la discussione che ha luogo a Barcellona, dove non molte settimane fa si è tenuto un coraggioso referendum (autogestito) che ha sfidato il potere di Madrid ponendo con forza la richiesta del diritto dei catalani a decidere nelle urne se restare in Spagna o dare vita a una Catalogna indipendente. In Catalogna hanno compreso che gli Stati nazionali stanno disfacendosi e le (legittime) ambizioni personali o di partito coltivate da Mas o Junqueras non intralciano più che tanto un processo che si muove speditamente verso il pieno riconoscimento dell’autodeterminazione. A Venezia il presidente Zaia non ha lo stesso coraggio, né un’analoga visione strategica“.

      Visione strategica che oggi è fatta propria invece da Plebiscito.eu e da Veneto Sì, che hanno saputo imporre all’attenzione del mondo che conta la questione veneta, aprendo per la prima volta a livello internazionale il Dossier Veneto.

      Schermata 2015-01-12 alle 16.22.22Il momento è favorevole, testimoniato dall’ulteriore analisi odierna, pubblicata dall’Ocse, che vede i principali macroindicatori economici confermare una regressione dell’economia italiana.

      Ora dobbiamo completare il percorso plebiscitario, affrontando le due prossime tappe che ci aspettano.

      1 – l’elezione del Parlamento Provvisorio della Repubblica Veneta dal 15 al 20 marzo 2015, con insediamento del Governo Provvisorio;

      2 – lo scioglimento della regione Veneto e conferma della dichiarazione di indipendenza del Veneto, votando ‪Veneto Sì‬ nelle elezioni regionali del 17 maggio 2015, l’unica alternativa indipendentista ai partiti italiani di lega e pd.

      Non vi sono alternative, non esistono soluzioni all’interno del panorama della partitocrazia italiana, dalla lega al pd, nessuno escluso, sono troppi occupati a contare i soldi rubati ai veneti attraverso una tassazione infame che costituisce una delle rapine fiscali più disumane della storia dell’uomo.

      Ora è necessario completare l’opera iniziata il 21 marzo 2014 e spingere sull’acceleratore per nel percorso concreto per l’indipendenza del Veneto.

      Gianluca Busato
      Segretario – Veneto Sì

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      LA SFIDA INTELLETTUALE E FILOSOFICA POSTA ALL’OCCIDENTE DAI RIVOLUZIONARI ISLAMICI

      matiteL’ideologia rivoluzionaria islamica pone all’Occidente e al mondo intero una complessa sfida intellettuale e filosofica. Essa va raccolta attraverso una risposta adeguata che si ponga sullo stesso piano, intellettuale e filosofico, come concludeva un articolo illuminato e attualissimo di diversi anni fa di Carlo Pizzati, e va vinta raggiungendo un livello superiore nello stadio della conoscenza e della responsabilità umana.

      Gli atti simbolici che hanno scosso le coscienze uniscono ora i continenti che si affacciano sull’Atlantico.

      L’unione è data dalla paura e dall’incertezza che l’epoca del terrore islamico dopo l’11 settembre 2001 e il 7 gennaio 2014 ha saputo portare dagli Stati Uniti d’America all’Europa.

      La paura oltreché dalla violenza e dal terrore, nasce dall’incomprensione dell’atto di guerra che l’ideologia rivoluzionaria islamica muove contro l’Occidente.

      E come in una qualsiasi sfida, se l’azione del tuo avversario è di livello superiore ed è ben condotta negli elementi fondamentali, c’è il forte rischio che porti alla tua sconfitta, o quantomeno ad una pesante situazione di ribaltamento degli equilibri. La ragione vera di una risposta filosofica sta proprio nel determinare l’esito finale della “guerra” in corso contro l’Europa e l’Occidente, perché anche se noi non la vogliamo combattere, o riconoscere, qualcuno la sta ben muovendo contro di noi.

      L’odio dimostrato nei confronti dei vignettisti di Charlie Hebdo era l’odio verso chi aveva saputo cogliere la gravità intellettuale della sfida e rispondeva sminuendoli con una risata, mentre la distruzione delle Twin Tower rappresentava il tentativo di eliminare la prospettiva quasi divina che esse conferivano alla tecnologia americana agli occhi dei rivoluzionari islamici.

      Sono simbologie che associano a ruoli invertiti la loro azione all’azione dei crociati. Anche il fattore economico e di gratificazione materiale dei combattenti islamici dell’Isis rivelano un parallelo illuminante con alcuni aspetti motivazionali importanti delle avanguardie rivoluzionarie cristiane di allora, attirate anche dalla materialità, oltreché dagli ideali.

      Tornando al presente, oggi l’europeo capisce intimamente la portata della sfida che ieri era già stato portata all’americano. Questa è la partita in gioco.

      Lo capisce perché in termini di comunicazione il nostro avversario ha saputo giocare con maestria la carta della paura. E la paura ha scosso l’Europa, così come ieri aveva scosso gli Stati Uniti d’America.

      Il problema sta tutto nei rapporti e nella dialettica tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e la natura, tra la chiesa e lo stato, tra l’uomo fisico e spirituale.

      Il rivoluzionario islamico vuole distruggere la libertà individuale, che è il segreto della distinzione tra chiesa e stato, tra razionalità e spiritualità.

      Il sogno di Sayyid Qutb di un mondo ideale, dove l’uomo sia libero dal dispotismo della legge di altri uomini, affrancato dalla legge divina del Corano guida i rivoluzionari islamici, mentre in Occidente non esiste un afflato rivoluzionario di portata simile. L’attacco a Parigi è l’attacco dell’islam rivoluzionario agli ideali della rivoluzione francese, così come l’attacco a New York era l’attacco ai valori della rivoluzione americana. Le società odierne americana ed europea sono però ben lontane dal “movimento ideale” che aveva animato le loro epoche rivoluzionarie.

      La sfida dialettica va spostata allora dal piano attuale Califfato-Stato Occidentale, che sono entrambi finti enti detentori di sovranità, alla dialettica tra l’uomo schiavo di un Dio manipolato ad arte e l’uomo detentore della sovranità individuale che esercita tramite il libero arbitrio. Diversamente delegheremo a un Dio inferiore, un Dio in Terra, il leader politico, o la guida rivoluzionaria manipolatrice, compresa la guida religiosa, la sorte del nostro destino.

      La miseria morale dell’uomo contemporaneo si risolve sostituendo la “fede arrogante nel potere della ragione umana” con l’autoconsapevolezza dei limiti della stessa ragione. Essa è frutto di un profondo esercizio razionale e spirituale.

      Così come, ad esempio, nella meccanica quantistica il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce i limiti nella conoscenza, o nella determinazione, dei valori che coppie fisiche coniugate assumono contemporaneamente in un sistema fisico, nel corso di una vita consapevole e di un esercizio interiore spinto ai limiti dell’esperienza umana, l’uomo esce rigenerato dalla sua comprensione intima spirituale e non razionale della propria vera natura. Non è un esercizio ascetico di durata indeterminato, ma è un naturale ritrovarsi con sé stessi, che in un movimento meno drammatico avviene con periodicità frequente, ad esempio, con il riposo settimanale della domenica. È il letargo della ragione che la fa apprezzare come nostra compagna più fedele nelle scelte quotidiane.

      Il caos apparente che caratterizza il mondo occidentale, e non solo, è il frutto delle leggi naturali probabilistiche e statistiche che regolano l’essenza stessa della natura e della vita. Lo scarso intuito statistico degli uomini, scoperto da Kahneman, spiega l’inquietudine che proviamo di fronte a fenomeni che sono semplicemente statisticamente naturali.

      Il libero arbitrio individuale, il motore primo della libertà di espressione attaccata dai rivoluzionari islamici, è il frutto della naturale dialettica tra il più veloce sistema cognitivo intuitivo automatico e il più lento sistema cognitivo razionale di ogni uomo. Il rapporto con Dio non viene cambiato, in quanto il movimento è di tipo interiore all’uomo stesso: esso riguarda il rapporto dell’uomo con sé stesso, al punto che quando condotto con esecizio profondo ci libera dalle finzioni, dai mascheramenti e dalle illusioni.

      Solo a quel punto, secondo Kierkegaard, ad esempio, l’individuo si mostra a Dio e a se stesso nella sua vera individualità, completando il passaggio dalla vita estetica, a quella religiosa, passando per quella etica.

      Il passaggio a stadi più autoconsapevoli di vita umana rappresenta il frutto delle scelte che facciamo, in piena libertà.

      Giunto al massimo grado di autoconsapevolezza, l’uomo esce dall’ascetismo e dalla fase riflessiva e scatta, come una molla compressa e rilasciata, verso l’azione. Il movimento permette di raggiungere a chi lo fa il massimo grado di autorealizzazione umana nella scala di Maslow, dando vita alla gioia e alla serenità più grande che un uomo possa provare.

      Solo una piccola parte di uomini consapevoli è in grado di mettere in atto un esercizio così profondo e a dare vita alle mille matite amorevoli che nascono dalle matite spezzate dall’odio e dalla violenza dei rivoluzionari islamici. Costoro danno vita a un movimento antropocratico, ovvero che esercita un potere naturale che gli uomini autoconsapevoli attuano, grazie alla delega di sovranità individuale che gli altri uomini effettuano inconsciamente affidando i loro destini alle scelte dei primi. I movimenti antropocratici moderni rappresentano i nuovi “ordini cavallereschi” che sconfiggeranno le avanguardie rivoluzionarie islamiche, difendendo la libertà così come Venezia seppe guidare vittoriosamente la reazione dell’Europa nella Battaglia di Lepanto.

      La sfida tra la sovranità del Califfato rivoluzionario islamico e la sovranità degli stati multinazionali europei sarà alla fine vinta quindi dall’emergere della sovranità individuale, dando vita a un nuovo equilibrio dinamico e globale dei poteri sulla stessa basato.

      Oggi, nel mondo occidentale, i movimenti antropocratici più forti sono rappresentati politicamente dalle élite politiche indipendentiste più preparate, che grazie al processo di allargamento interno dell’Unione Europea consentiranno, ad esempio, all’Europa politica di sopravvivere alla sconfitta storica dei grandi stati occidentali ottocenteschi che avevano mascherato il furto delle risorse dei produttori come esercizio di una sovranità che semplicemente non è loro, ma è delegata dagli individui, che ne sono gli unici detentori.

      La moderna rivoluzione dei produttori, gli uomini più liberi d’Occidente, vedrà il proprio successo dalla capacità che questi avranno di imparare ad usare con sapienza i sottili fili del potere, in salsa moderna.

      Gianluca Busato
      Segretario – Veneto Sì