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SPAZZIAMO VIA I PREFETTI CHE SI SCHIERANO CONTRO I SINDACI VENETI DI OGNI SCHIERAMENTO POLITICO

Da Treviso a San Giorgio in Bosco e a Cittadella impazza il centralismo idiota italiano. Aveva ragione Einaudi, via il prefetto!

Veneto SI o Veneto NO?Questa settimana i prefetti italiani hanno imperversato in Veneto, colpendo indistintamente tutte le parti politiche.
In particolare si è segnalato il prefetto di Treviso Maria Agosta Marrosu, che ha addirittura commissariato il comune di Treviso e il sindaco Manildo per cancellare le prime nozze gay trascritte da Cà Sugana. Spiace che anche una figura come Gentilini, per difendere una mera questione ideologica di parte abbia appoggiato invece un autentico e odioso sopruso coloniale esercitato dallo stato contro il comune di Treviso. È assurdo che una parte del potere esecutivo centrale abbia la facoltà di intervenire su chi esercita una funzione legislativa locale, saltando a piè pari il potere giudiziario, che interviene solo dopo. E figuriamoci se in uno stato retrogrado come quello italiano i giudici possono sognarsi di intervenire contro lo stato centrale al quale sono legati da uno squallido intreccio di interessi.

Poi è stata la volta del Prefetto di Padova Patrizia Impresa che è intervenuto con una lettera di richiamo contro i sindaci di San Giorgio in Bosco e Cittadella, rei di indossare la fascia di San Marco della Serenissima Repubblica Veneta in cerimonie ufficiali. Anche qui dispiace che ad esercitare la pressione sul Prefetto sia stata una parte politica, il PD, che sempre per difendere una questione ideologica di parte abbia appoggiato invece un altro odioso sopruso coloniale esercitato dallo stato contro i due comuni dell’alta padovana.

Siamo al ridicolo!

Insomma il PD da una parte e Gentilini dall’altra si alleano al potere coloniale dello stato per reprimere la libera democrazia cittadina che parte dalla base, dal Veneto! Questa è la classica traduzione della logica del divide et impera che ha come scopo la perpetuazione della rapina fiscale del Veneto.

Ci chiediamo allora quale senso abbia la figura del prefetto, se non appunto di vero e proprio controllo coloniale e decisamente antistorico rispetto alle autonomie locali che dovrebbero anche nel pur logoro e triste stato italico trovare una difesa costituzionale nello stesso articolo 5 sempre usato dagli italianisti per difendere un’unità oramai insostenibile.

Queste notizie fanno il pari con quelle del 2012, in cui il prefetto di Treviso minacciò addirittura di destituire tre sindaci, anche allora di diverso orientamento politico, che non volevano issare il tricolore in occasione del 2 giugno.

Questi episodi dimostrano come la carica del prefetto vada abolita, eliminata, sradicata dal nostro impianto istituzionale. Tra l’altro camminando nelle nostre stupende piazze venete si può notare una cosa, che dimostra la logica coloniale e odiosa di questo istituto che la storia ci piazza tra i piedi in modo vergognoso, quale rottame ideologico di uno stato centralista morente: le prefettura in tutto il Veneto non espongono la bandiera della Regione Veneto.
Il prefetto quindi da un lato si fa carico dell’obbligo dell’osservanza della legge in materia di esposizione della bandiera, ma a sua volta ignora bellamente la legge regionale che prevede l’esposizione della bandiera della Regione Veneto da parte degli enti pubblici.

Questa è un’autentica vergogna.

Il prefetto rappresenta la faccia brutta e cattiva del regime italiano morente. Come veneti abbiamo il dovere di chiedere alle prefetture ospitate nel nostro territorio di osservare i nostri costumi e di portarci rispetto. Come possiamo accettare l’imperio di un funzionario nominato da una capitale lontana che impone la sua legge senza rispettare la nostra?

Se qualcuno avesse dei dubbi, riportiamo uno scritto di Luigi Einaudi, purtroppo dimenticato da molti, che si scagliava proprio contro la concezione dello stato dirigista che fu inoculato da Napoleone, lo stesso delinquente della storia che tanto odiò la Serenissima Repubblica di Venezia e tanto invece è adorato da chi oggi, guarda caso, è in prima fila nel difendere l’ossatura istituzionale del dinosauro italiano, avendo ritardato a suo tempo l’indizione del referendum per l’indipendenza del Veneto con monitoraggio internazionale.

Via il prefetto, via l’Italia, via i partiti ladri e corrotti.
Viva l’indipendenza del Veneto!

Gianluca Busato
Segretario – VENETO SI

Via il Prefetto!

DI LUIGI EINAUDI

Proporre, in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il « prefetto » sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l’amministrazione pubblica? In verità, il prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d’ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli stati italiani governavano entro i limiti posti dalle « libertà » locali, territoriali e professionali. Spesso « le libertà » municipali e regionali erano « privilegi » di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all’universale. Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l’opera iniziata dai Borboni, le libertà locali; e Napoleone, dittatore all’interno, amante dell’ordine, sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezionò l’opera. I governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. L’Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d’ltalia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura.
Democrazia e prefetto repugnano profondamente l’una all’altro. Né in ltalia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico. Gli uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la forma di governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e pensieri propri dei loro paesi a paesi nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da imparare, perché quelle parole sentono profondamente da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da sé, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare. L’auto-governo continua nel cantone, il quale e un vero stato, il quale da sé si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica per mezzo dei propri consiglieri di stato, senza uopo di ottenere approvazioni da Berna; e Berna, ossia il governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro o governo più grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri più piccoli. Così pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; così si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la gente sbriga da sé le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo centrale. Così si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei cantoni o negli stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da sé né è creata dal fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e via via quelle delle cose nazionali od inter-statali più grosse.
La classe politica non si forma tuttavia se l’eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non e pienamente responsabile per l’opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l’eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l’attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell’interno. Costui è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell’intero stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l’iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l’approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali. Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco né il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico. Chi, se non un funzionario statale, può interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni più piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta è : non sono ancora arrivate le istruzioni, non è ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno. A nessuno viene in mente del ministero, l’ idea semplice che l’eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che cosa fu e che cosa tornerà ad essere l’eletto del popolo in uno stato burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un tale, il cui ufficio principale è essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso prefetti, , consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri, sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché di fatto più potenti, presso direttori generali, capidivisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri. Il malvezzo di non muovere la « pratica » senza una spinta, una raccomandazione non è recente né ha origine dal fascismo. È antico ed è proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l’orologio, diceva: a quest’ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone; così si può dire di tutti gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami, materie insegnate. I fascisti concessero per scherno l’autonomia alle università; ma era logico che nel sistema accentrato le università fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria dell’amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni possibilità ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a cattedre. Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a valere la volontà dei loro amministrati appariva camorra, o sopruso, privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventerà ministro dell’interno, disporrà della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente del consiglio può rinunciare ad essere ministro dell’interno se non vuol correre il pericolo di vedere « farsi » le elezioni contro lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture, delle questure e dei carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l’esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.
Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è : Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia l’amministrazione centralizzata è scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L’unità del paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L’unità del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sé. La vera costituente non si fa in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano o si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa e dai comitati eleggere una costituente. Chi vuole che gli italiani governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria, suI governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma così : col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed a successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da una parte con il distretto o collegio o vicinanza, unità più piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall’altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc. ; sempre, alla pari del comune, il collegio e la regione dovranno amministrarsi da sé, formarsi i propri governanti elettivi, liberi di gestire le faccende proprie del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire.
Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o quell’altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, ad indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall’alto, urge distruggere l’idea funesta della sovranità assoluta dello stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l’unità nazionale. L’accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali; una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia « economica » , ossia arbitraria. L’arbitrio poliziesco erasi affievolito all’inizio del secolo; ma lo strumento era pronto; e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, è pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica.
Che cosa ha dato all’unità d’Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo è svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. È lo stato il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unità è salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l’occasione unica di ricostruire lo stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno stato vero e vivente.

(« L’Italia e il secondo risorgimento », supplemento alla Gazzetta ticinese, 17 Iuglio 1944, a firma Junius.)

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QUANDO ANCHE VENEZIA FA RIMA CON ROMA

I consiglieri regionali si chiudono nel fortino dorato, mentre le aziende venete licenziano o scappano altrove per sfuggire all’inferno fiscale. La soluzione è nella risposta giusta alla domanda VENETO SI o VENETO NO?

Targhet Veneto Sì per l'indipendenza del VenetoSi fa presto a parlare di Veneto quando i comportamenti sono squisitamente italiani.
L’ultimo esempio viene proprio dal Consiglio Regionale, che ha pensato bene di bocciare un emendamento alla legge elettorale regionale veneta che limitasse da subito il limite di due mandati elettivi per i consiglieri regionali. O meglio, se ne parlerà dal 2025, quando non si capisce perché il presunto limite di costituzionalità dovesse essere superato, o forse digerito e quando gli attuali consiglieri avranno già la loro pensioncina bella che assicurata. O così forse si illudono.
Questi difensori della costituzionalità ci ricordano un po’ Shoichi Yokoi, il soldato giapponese che proprio il 27 gennaio del 1972 fu trovato ancora a combattere la sua personale seconda guerra mondiale nell’isola di Guam. Solo che a differenza dell’eroico soldato costoro di eroismo ne dimostrano proprio poco.
Uno di loro, tal Grazia, ha addirittura pensato di introdurre un emendamento che vietasse ai giornalisti di partecipare alle elezioni. Io non sono mai stato tenero, in particolare con il Corriere del Veneto, con cui ho anche duramente duellato a causa di una suo attacco nei nostri confronti basato su fonti non attendibili e scientificamente screditate, che ci procurò un grave danno di immagine, e per tale ragione posso permettermi di affermare che il limite della bestialità politica è stato superato con il tentativo dei consiglieri regionali veneti di eliminare il diritto di elettorato passivo all’intera categoria che – nel bene e nel male, pur sottopagata e dequalificata – svolge un ruolo di fondamentale importanza e vitale per la nostra società, come testimonia la recente strage terroristica dei fascisti islamici a Parigi. Io sono anche oggi Charlie Hebdo, anche in Veneto.
Purtroppo invece dalle parti di Palazzo Ferro-Fini il clima è diverso e si capisce bene come abbia potuto andare in scena il triste spettacolo del Mose, con tali attori comprimari.
Si capisce altrettanto bene inoltre la pochezza di proposte quali quelle dei candidati governatori, da chi, come il governatore in scadenza, dice di non fare campagna elettorale e poi facendola più di ogni altro andando in tv a fare monologhi ogni sera, a chi, come l’esponente renziana, apre all’ipotesi di Veneto a statuto speciale, purché non sia speciale. Si vedono già all’orizzonte inoltre anche indipendentisti di disturbo e di comodo che difendono leggi referendarie regionali già bocciate e ne ripropongono di uguali (o lavate con Perlana? per parafrasare una celebre pubblicità) tanto per riempire il vuoto spinto della propria proposta politica.
Esempi tristi che dimostrano come a volte anche Venezia fa rima con Roma.
Nel frattempo la droga di Draghi non basta a risolvere i problemi dell’oppressione fiscale sul Veneto e del sistema marcio italiano. Anche oggi, tanto per allungare la litania, la Riello, una delle aziende venete più celebri, ha presentato un piano industriale di crisi, che prevede 71 licenziamenti e tagli di stipendio. E anche aziende virtuose come Pasta Zara il gruppo cartario Burgo paiono intenzionati a spostare la propria sede in Friuli Venezia Giulia, per lenire il peso del peggiore inferno fiscale del mondo.

Prima allora che a dover andar via siano tutti i veneti che lo possono ancora fare, con una valigia di cartone, per tornare a sorridere e a ridare speranza al nostro Popolo, nei mesi a venire bisogna che tutti i veneti sappiano rispondere correttamente alla domanda VENETO SI o VENETO NO?

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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I VENETI RISPONDANO ALLA DOMANDA: VENETO SI O VENETO NO?

In un quadro generale sempre più turbolento, il Veneto deve saper scegliere l’unica prospettiva concreta di benessere per il proprio futuro

VENETO-SI-NOSi apre una settimana cruciale per l’equilibrio finanziario europeo nel medio termine, dopo il terremoto innescato dalla Banca Centrale Svizzera di giovedì scorso che ha visto emergere un franco svizzero forte sganciato dall’euro. Giovedì 22 gennaio prossimo la Banca Centrale Europea si appresta a varare un intervento di 550 miliardi di euro (secondo Bloomberg) con un programma di acquisto di titoli pubblici, con particolari condizioni che farebbero ricadere sulle singole banche centrali le responsabilità per i titoli pubblici di ogni paese. Se ciò fosse confermato, bankitalia e i tartassati cittadini dello stivale continueranno ad essere responsabili del debito pubblico italiano, in quanto i tedeschi – giustamente – non vogliono saperne di pagare i debiti fatti dai politici italiani.
Domenica 25 gennaio si tengono inoltre le elezioni in Grecia, dove pare favorita la sinistra radicale di Tsipras, che pare intenzionata a chiedere una ricontrattazione alla UE del debito pubblico greco. La risposta tedesca potrebbe anche essere – secondo quanto affermato da indiscrezioni pubblicate da Der Spiegel, smentite poi dal governo di Berlino – di indicare alla Grecia la porta di uscita dall’euro, dando vita al cosiddetto scenario GREXIT. La realtà è che risulta sempre più difficile per un’Europa politicamente e fiscalmente inesistente affrontare il mare sempre più turbolento dello scenario globale, ora anche sul fronte energetico-petrolifero, con la sfida tra l’Opec e i produttori USA di shale-oil che paiono messi alle corde dal prezzo sempre più basso del petrolio che diminuisce i loro margini in modo strutturalmente insostenibile.
In mezzo a tale bailamme il Veneto è caratterizzato invece dal vuoto cosmico dei propri attuali contendenti, da Zaia alla Moretti, tutti impegnati a contendersi la bandiera della battaglia di retroguardia dell’autonomia del Veneto. Autonomia che tutti noi sappiamo essere impossibile da ottenere per la nostra regione, in quanto serve il voto favorevole di 700 parlamentari su 1000, compresi quelli delle regioni assistite con la rapina fiscale del Veneto. Questi signori si impegnano nella consueta recita del teatrino politico italiano di serie B, e ormai prossimo alla serie C (almeno a giudicare dal giudizio delle agenzie di rating sul sistema-paese), tra una destra impresentabile e una sinistra inqualificabile, mentre emerge l’unico grande incontrovertibile tema delle prossime elezioni regionali: VENETO SI oppure VENETO NO?
La risposta dovrebbe essere ovvia per tutti: se i tedeschi difendono i loro legittimi interessi di pagatori di tasse, anche i veneti hanno tutto il diritto – e anche il sacrosanto dovere – di farlo. Non ha più senso tergiversare mentre monta il dramma socio-economico che porta sempre più famiglie ed imprese venete ai margini e oltre la barriera della sostenibilità economica.
Chi teme una strategia (da sempre favorita dalla lega di poltrona) che veda emergere un frastagliamento della cosiddetta galassia venetista sappia che tale rischio verrà meno dopo l’elezione del Parlamento Provvisorio della Repubblica Veneta, che si terrà dal 15 al 20 marzo prossimi (per votare bisogna procurarsi il codice di voto a partire dal 15 febbraio registrandosi da www.plebiscito.eu). Le prime elezioni politiche nel segno dell’INDIPENDENZA del VENETO daranno vita a una nuova entità politica legittima che inizierà ad esercitare il potere legislativo in terra veneta, unitamente al Governo Provvisorio che contestualmente si insedierà, che eserciterà invece il potere esecutivo della Repubblica Veneta, in aperta concorrenza istituzionale con le istituzioni dello stato italiano, delegittimate dalla dichiarazione di indipendenza del Veneto di Treviso del 21 marzo 2014. Ciò farà pulizia anche dei mestieranti della politica e delle mezze figure che torneranno ad essere pulviscolo nel nulla cosmico che rappresentano.
In un quadro generale sempre più turbolento, con un’area euro sempre più instabile, il Veneto deve saper scegliere l’unica prospettiva concreta di benessere per il proprio futuro
Il Veneto ha l’occasione in queste settimane e in questi mesi di restare agganciato all’Europa virtuosa, se saprà rispondere correttamente alla domanda VENETO SI oppure VENETO NO?
Se risponderà VENETO SI, dando il pieno mandato a chi ha saputo imporre il Dossier Veneto all’attenzione del mondo, per attuarne la sua piena indipendenza, il Veneto potrà restare agganciato all’Europa sana e dare forma concreta al piano strategico che vede in Venezia il baricentro di un nuovo equilibrio geopolitico, come emerso dalle indicazioni dell’ultimo forum APEC tenutosi a Pechino nel novembre scorso, alla presenza dei leader del 58% del Pil mondiale (compresi USA, Russia e Cina).
Se risponderà VENETO NO, scegliendo la destra o la sinistra italiane, allora scivolerà verso l’Africa e non potrà che continuare a lavorare giorno e notte per mantenere gli agi di parassiti che a tutto pensano fuorché di rinunciarvi, sperando che nel frattempo succeda qualcosa di miracoloso, continuando a dare stupidamente fiducia a chi ha già fallito per 25 anni e oltre.
Quando ti trovi di fronte a un quasi cadavere, com’è lo stato italiano, le medicine convenzionali non servono a nulla, se non ad accompagnarlo verso la morte certa.
L’unica possibilità è data da una terapia intelligente e di buon senso, come l’indipendenza del Veneto.

L’unico voto utile allora è rispondere VENETO SI. Il resto è tempo perso mentre l’ammalato si aggrava perdendo anche la residua speranza.

Gianluca Busato
Segretario – VENETO SI

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LA SFIDA INTELLETTUALE E FILOSOFICA POSTA ALL’OCCIDENTE DAI RIVOLUZIONARI ISLAMICI

matiteL’ideologia rivoluzionaria islamica pone all’Occidente e al mondo intero una complessa sfida intellettuale e filosofica. Essa va raccolta attraverso una risposta adeguata che si ponga sullo stesso piano, intellettuale e filosofico, come concludeva un articolo illuminato e attualissimo di diversi anni fa di Carlo Pizzati, e va vinta raggiungendo un livello superiore nello stadio della conoscenza e della responsabilità umana.

Gli atti simbolici che hanno scosso le coscienze uniscono ora i continenti che si affacciano sull’Atlantico.

L’unione è data dalla paura e dall’incertezza che l’epoca del terrore islamico dopo l’11 settembre 2001 e il 7 gennaio 2014 ha saputo portare dagli Stati Uniti d’America all’Europa.

La paura oltreché dalla violenza e dal terrore, nasce dall’incomprensione dell’atto di guerra che l’ideologia rivoluzionaria islamica muove contro l’Occidente.

E come in una qualsiasi sfida, se l’azione del tuo avversario è di livello superiore ed è ben condotta negli elementi fondamentali, c’è il forte rischio che porti alla tua sconfitta, o quantomeno ad una pesante situazione di ribaltamento degli equilibri. La ragione vera di una risposta filosofica sta proprio nel determinare l’esito finale della “guerra” in corso contro l’Europa e l’Occidente, perché anche se noi non la vogliamo combattere, o riconoscere, qualcuno la sta ben muovendo contro di noi.

L’odio dimostrato nei confronti dei vignettisti di Charlie Hebdo era l’odio verso chi aveva saputo cogliere la gravità intellettuale della sfida e rispondeva sminuendoli con una risata, mentre la distruzione delle Twin Tower rappresentava il tentativo di eliminare la prospettiva quasi divina che esse conferivano alla tecnologia americana agli occhi dei rivoluzionari islamici.

Sono simbologie che associano a ruoli invertiti la loro azione all’azione dei crociati. Anche il fattore economico e di gratificazione materiale dei combattenti islamici dell’Isis rivelano un parallelo illuminante con alcuni aspetti motivazionali importanti delle avanguardie rivoluzionarie cristiane di allora, attirate anche dalla materialità, oltreché dagli ideali.

Tornando al presente, oggi l’europeo capisce intimamente la portata della sfida che ieri era già stato portata all’americano. Questa è la partita in gioco.

Lo capisce perché in termini di comunicazione il nostro avversario ha saputo giocare con maestria la carta della paura. E la paura ha scosso l’Europa, così come ieri aveva scosso gli Stati Uniti d’America.

Il problema sta tutto nei rapporti e nella dialettica tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e la natura, tra la chiesa e lo stato, tra l’uomo fisico e spirituale.

Il rivoluzionario islamico vuole distruggere la libertà individuale, che è il segreto della distinzione tra chiesa e stato, tra razionalità e spiritualità.

Il sogno di Sayyid Qutb di un mondo ideale, dove l’uomo sia libero dal dispotismo della legge di altri uomini, affrancato dalla legge divina del Corano guida i rivoluzionari islamici, mentre in Occidente non esiste un afflato rivoluzionario di portata simile. L’attacco a Parigi è l’attacco dell’islam rivoluzionario agli ideali della rivoluzione francese, così come l’attacco a New York era l’attacco ai valori della rivoluzione americana. Le società odierne americana ed europea sono però ben lontane dal “movimento ideale” che aveva animato le loro epoche rivoluzionarie.

La sfida dialettica va spostata allora dal piano attuale Califfato-Stato Occidentale, che sono entrambi finti enti detentori di sovranità, alla dialettica tra l’uomo schiavo di un Dio manipolato ad arte e l’uomo detentore della sovranità individuale che esercita tramite il libero arbitrio. Diversamente delegheremo a un Dio inferiore, un Dio in Terra, il leader politico, o la guida rivoluzionaria manipolatrice, compresa la guida religiosa, la sorte del nostro destino.

La miseria morale dell’uomo contemporaneo si risolve sostituendo la “fede arrogante nel potere della ragione umana” con l’autoconsapevolezza dei limiti della stessa ragione. Essa è frutto di un profondo esercizio razionale e spirituale.

Così come, ad esempio, nella meccanica quantistica il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce i limiti nella conoscenza, o nella determinazione, dei valori che coppie fisiche coniugate assumono contemporaneamente in un sistema fisico, nel corso di una vita consapevole e di un esercizio interiore spinto ai limiti dell’esperienza umana, l’uomo esce rigenerato dalla sua comprensione intima spirituale e non razionale della propria vera natura. Non è un esercizio ascetico di durata indeterminato, ma è un naturale ritrovarsi con sé stessi, che in un movimento meno drammatico avviene con periodicità frequente, ad esempio, con il riposo settimanale della domenica. È il letargo della ragione che la fa apprezzare come nostra compagna più fedele nelle scelte quotidiane.

Il caos apparente che caratterizza il mondo occidentale, e non solo, è il frutto delle leggi naturali probabilistiche e statistiche che regolano l’essenza stessa della natura e della vita. Lo scarso intuito statistico degli uomini, scoperto da Kahneman, spiega l’inquietudine che proviamo di fronte a fenomeni che sono semplicemente statisticamente naturali.

Il libero arbitrio individuale, il motore primo della libertà di espressione attaccata dai rivoluzionari islamici, è il frutto della naturale dialettica tra il più veloce sistema cognitivo intuitivo automatico e il più lento sistema cognitivo razionale di ogni uomo. Il rapporto con Dio non viene cambiato, in quanto il movimento è di tipo interiore all’uomo stesso: esso riguarda il rapporto dell’uomo con sé stesso, al punto che quando condotto con esecizio profondo ci libera dalle finzioni, dai mascheramenti e dalle illusioni.

Solo a quel punto, secondo Kierkegaard, ad esempio, l’individuo si mostra a Dio e a se stesso nella sua vera individualità, completando il passaggio dalla vita estetica, a quella religiosa, passando per quella etica.

Il passaggio a stadi più autoconsapevoli di vita umana rappresenta il frutto delle scelte che facciamo, in piena libertà.

Giunto al massimo grado di autoconsapevolezza, l’uomo esce dall’ascetismo e dalla fase riflessiva e scatta, come una molla compressa e rilasciata, verso l’azione. Il movimento permette di raggiungere a chi lo fa il massimo grado di autorealizzazione umana nella scala di Maslow, dando vita alla gioia e alla serenità più grande che un uomo possa provare.

Solo una piccola parte di uomini consapevoli è in grado di mettere in atto un esercizio così profondo e a dare vita alle mille matite amorevoli che nascono dalle matite spezzate dall’odio e dalla violenza dei rivoluzionari islamici. Costoro danno vita a un movimento antropocratico, ovvero che esercita un potere naturale che gli uomini autoconsapevoli attuano, grazie alla delega di sovranità individuale che gli altri uomini effettuano inconsciamente affidando i loro destini alle scelte dei primi. I movimenti antropocratici moderni rappresentano i nuovi “ordini cavallereschi” che sconfiggeranno le avanguardie rivoluzionarie islamiche, difendendo la libertà così come Venezia seppe guidare vittoriosamente la reazione dell’Europa nella Battaglia di Lepanto.

La sfida tra la sovranità del Califfato rivoluzionario islamico e la sovranità degli stati multinazionali europei sarà alla fine vinta quindi dall’emergere della sovranità individuale, dando vita a un nuovo equilibrio dinamico e globale dei poteri sulla stessa basato.

Oggi, nel mondo occidentale, i movimenti antropocratici più forti sono rappresentati politicamente dalle élite politiche indipendentiste più preparate, che grazie al processo di allargamento interno dell’Unione Europea consentiranno, ad esempio, all’Europa politica di sopravvivere alla sconfitta storica dei grandi stati occidentali ottocenteschi che avevano mascherato il furto delle risorse dei produttori come esercizio di una sovranità che semplicemente non è loro, ma è delegata dagli individui, che ne sono gli unici detentori.

La moderna rivoluzione dei produttori, gli uomini più liberi d’Occidente, vedrà il proprio successo dalla capacità che questi avranno di imparare ad usare con sapienza i sottili fili del potere, in salsa moderna.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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LO STATO E L’EQUILIBRIO DINAMICO E GLOBALE DEI POTERI NELL’EPOCA DELLA SOVRANITÀ INDIVIDUALE

VeniceRiporto alcuni appunti che non vogliono avere alcuna presunta ambizione di scientificità né di valore filosofico, ma rappresentano la visione che mi sono fatto dall’osservazione pratica di come funzionano le cose oggi nel sistema politico-economico locale e globale.

Per certi aspetti l’idea che mi sono fatto ribalta la concezione prevalente, per certi altri è in linea con essa, d’altro canto esso risulta da una approssimazione se vogliamo di carattere pragmatico che male non dovrebbe fare al dibattito generale sul tema.

Lo stato è una sovrastruttura, che ritengo priva di personalità e quindi di identità proprie e che consiste in un quadro di relazioni ed esercizio di funzioni pubbliche che trovano forza nell’esercizio di delega della sovranità che risiede unicamente negli individui e nella libertà di azione che viene ad esso concessa da ambiti di relazioni ed esercizio di funzioni pubbliche e private di ordine superiore.

Uno stato è privo di identità ed essenza propria, ma rappresenta una convenzione che viene sfruttata da un insieme di persone che sono investite di riconoscimento e di una sorta di legittimità in funzione del potere che hanno saputo ottenere, controllare, creare.

A differenza di quanto affermato da molti, a mio parere lo stato non può essere “sovrano”, bensì è indipendente, o parzialmente interdipendente con altre strutture statali e interstatali nel dare forma all’esercizio del potere, in virtù di un processo di legittimazione che trova l’unica propria fonte negli individui che attraverso relazioni democratiche, elettorali, economiche e tribali delegano l’esercizio di funzioni, restando gli unici sovrani, spesso inconsapevoli, al contrario di quanto avveniva nel passato quando la sovranità veniva fatta risalire a un’origine divina (a dimostrazione ne è la simbologia che veniva usata, pensiamo ad esempio allo scettro). Anche nel passato il sovrano reale era l’individuo, ma nella sua totale inconsapevolezza, al punto che, opportunamente manipolato dalle guide politiche, religiose e filosofiche egli accettava la condizione di suddito, finché non trovava inaccettabili le proprie condizioni di vita, oppure in nome di ideali superiori quanto non tangibili, spesso frutto di manipolazione alternativa di nuove guide in concorrenza con quelle al potere.

Nella modernità, grazie ad un processo di emancipazione umana, il quadro concettuale di riferimento nell’esercizio del potere ha reso  maggiormente consapevole l’individuo. Il sovrano oggi è dunque il cittadino, pur con grado variabile di auto-consapevolezza.

In un dato quadro territoriale, i cittadini detengono la propria sovranità in forma differenziata a seconda dell’ambito in cui si esercita il potere.

Possiamo ipotizzare i seguenti ambiti e tipologie di esercizio del potere:

  • civico (o politico, distinto in legislativo, esecutivo, giudiziario);
  • religioso, spirituale, temporale;
  • militare;
  • informativo, mediatico;
  • economico-finanziario;
  • sistemico, globale;
  • ideale, concettuale, progettuale.

I diversi ambiti di esercizio del potere intervengono in cooperazione e/o competizione tra loro, spesso in una forma mista.

La sovranità civica assume grande importanza, in quanto per convenzione moderna regola e determina il controllo giuridico dei poteri militare, mediatico, economico-finanziario.

Il potere religioso tende ad essere autonomo dagli altri, in alcuni ambiti sovrasta o si fonde con il potere civico (ad esempio, negli stati “confessionali”), in altri si rapporta ad esso tramite convenzioni, se non veri e propri trattati (ad esempio, i patti lateranensi).

Il potere si distingue poi in potenziale ed effettivo. Il potere effettivo discende dal potere potenziale per trasformazione attraverso processi dinamici di controllo, conquista e creazione dello stesso.

Il moto attraverso cui il potere diviene effettivo dalla sua forma potenziale determina la dialettica del potere. Le modalità attraverso cui si compie la dialettica del potere si differenziano fortemente in base all’ambito in cui si manifesta.

Il potere civico, che rappresenta spesso l’obiettivo massimo del potere, ottiene la propria sublimazione grazie al consenso popolare (con eccezioni parziali nel potere giudiziario, spesso frutto di logiche corporative, o di casta, il che lo rende il potere più ancorato a logiche del passato, figlio delle società tribali). Il consenso popolare dipende fortemente dal potere informativo e questi dal potere economico-finanziario, quantomeno negli Stati occidentali che rappresentano ancora il potere sistemico globale più influente. Altrove, con un cortocircuito di poteri, il potere informativo è controllato dallo stesso potere esecutivo, così come il potere economico-finanziario, che, d’altro canto, in tale forma viene limitato all’origine nella sua potenzialità e spuntato rispetto ai poteri economico-finanziari di altre potenze regionali e a maggior ragione rispetto al potere sistemico-globale. Tale cortocircuito rende, per una logica evolutiva naturale, i poteri degli stati non economicamente e informativamente liberi per definizione più deboli rispetto a quelli degli stati economicamente e informativamente liberi.

Alzando lo sguardo, il potere sistemico-globale è dato dall’interconnessione delle varie sfere di sovranità a livello planetario.

L’evoluzione tecnologica (che rientra nella sfera del potere concettuale) e del potere economico-finanziario ha permesso a chi li ha saputi controllare su base globale, assieme al potere militare, di dargli forma in una modalità mai vista prima come nel secondo dopoguerra e in particolare dopo la vittoria della guerra fredda da parte degli USA.

Il potere sistemico-globale dispone di strumenti e capacità superiori in pratica a qualsiasi altro: esso può avviare guerre regionali e “tempeste” economico-finanziarie, anche solo a scopo preventivo, dissuasivo o persuasivo nei confronti dei detentori locali, o financo continentali o globali di altri poteri.

Il limite del potere sistemico-globale sta nella sua natura derivata dagli altri poteri sia per ambito tipologico sia per ambito territoriale. Pertanto esso deve appoggiarsi e influenzare gli altri poteri piuttosto che sostituirsi ad essi o sovrapporcisi.

Il limite dei poteri di base sia a livello territoriale locale, regionale o globale sta nell’agire in contrasto con il potere sistemico-globale che è di natura, per quanto derivata, di ordine superiore e quindi in grado di sovvertire le guide dei primi o di modificarne la portata, gli equilibri e le interdipendenze.

La capacità strategica fondamentale si dimostra nell’esercizio coordinato, consequenziale e strutturato di diversi poteri in diverso ambito di esercizio sia tipologico sia territoriale attraverso la modifica di scenari esistenti o l’introduzione di nuovi. Questa capacità determina la conduzione magistrale della dialettica del potere e ne determina i nuovi equilibri competitivi.

Il primo, inarrivabile, non sintetizzabile né riproducibile artificialmente, ambito di esercizio del potere è quello ideale, concettuale, progettuale.

Se esso viene messo in azione consapevolmente e con sapiente uso coordinato e/o competitivo degli altri ambiti di esercizio del potere può comportare cambi sistemici che portano a un’evoluzione anche epocale del sistema di potere, ampliandone persino la tipologia, l’architettura territoriale e anche il livello. Esempi ne sono il rinascimento, l’illuminismo e la rivoluzione tecnologica del XX e XXI secolo.

Se esso viene messo in azione in modo scoordinato e non consapevole può portare alla reazione sistemica volta alla sua repressione, anche violenta, radicale, mossa dalla paura delle guide degli altri ambiti di potere che temono – a ragione – di essere sovvertite. Un esempio ne sono le ideologie totalitarie del XX secolo (fascismo, nazismo e comunismo).

Il potere ideale, concettuale, progettuale nasce per definizione come potere individuale, da cui può espandersi in funzione della capacità di creare sistemi organizzativi a suo supporto.

La saldatura tra di esso e la fonte primaria della sovranità determina la forza impressionante di cui gode l’individuo consapevole nell’epoca moderna. La relativa facilità con cui questo fenomeno si è saputo imporre nel quadro generale del sistema politico-economico-organizzativo umano su scala globale è ancora difficilmente rappresentabile tramite una mappa concettuale ben definita, ma determina il grado scompenso di equilibrio del mondo moderno.

La forza dirompente che emerge dal basso determina una dinamicità socio-economica senza precedenti nella storia dell’uomo.

Chi si illude, ad ogni livello, di poterla fermare, ingabbiare, controllare, ne resterà sconfitto senza possibilità di appello. Chi comprende il fenomeno e saprà sfruttarlo per alimentare la propria posizione ne avrà un beneficio di portata altrimenti inarrivabile. Le élite politiche, economico-finanziarie, mediatiche, militari, religiose e globali sono le più interessate a comprendere la natura di tali fenomeni per non perdere la propria condizione ereditata dal passato e mai come oggi soffrono invece di un atteggiamento accondiscendente più che assertivo dei pensatori e intellettuali mainstream, che li espone a gravi rischi di sottovalutazione di processi sistemici importanti.

Un breve nota finale, solo per rilevare come l’osservazione e la conseguente consapevolezza di tali fenomeni di equilibrio dinamico dei poteri delle società umane, mi ha portato alla concezione dell’attuale piano pratico per l’ottenimento della piena indipendenza del Veneto.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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L’AZIONISTA DI MAGGIORANZA “VENETO” E LA NOSTRA PIENA INDIPENDENZA

L’importanza di una visione progettuale sistemica per “Veneto Sì” e per la Repubblica Veneta

VolantinoA5_Comunicato
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Molti si chiedono come il Veneto possa diventare pienamente indipendente, dato che lo stato italiano “non ci lascierebbe mai andarcene per conto nostro”.

Spesso le spiegazioni tendono a soffermarsi su aspetti giuridici relativi al diritto internazionale, o alla libertà di espressione, con argomentazioni che sovente lasciano in uno stato di confusione chi ascolta. Quanti sono infatti gli esperti di leggi internazionali, o di aspetti specialistici che solo pochi addetti ai lavori padroneggiano con sufficiente ricchezza di argomenti? Senza paura di essere smentiti possiamo ben dire che sono pochi, anzi pochissimi, con ciò portando con sé l’assoluta conseguenza che chi fa proprie tali convizioni deve agire perlopiù su un meccanismo di fiducia senza possibilità di controllare l’argomentazione.

C’è però un ambito che non è materia di superesperti e che è comprensibile a chiunque.

Lo stato italiano infatti, come qualsiasi altra organizzazione dipende in modo prevalente da chi ne mette a disposizione le risorse affinchè possa funzionare (verbo che mal si adatta alla repubblica italiana). Per semplificare, è come una società i cui amministratori, i politici, dipendono dalla proprietà. Ma di chi è la proprietà? La retorica grillina usava questo esempio attribuendo la “proprietà” agli elettori, come dovrebbe essere teoricamente in una democrazia. È del tutto evidente d’altro canto che gli elettori in questo sgangherato stato non contano nulla e lo dimostrano sia i molti referendum traditi dal parlamento (dal finanziamento ai partiti, al ministero dell’agricoltura, o alla privatizzazione della rai) sia il fatto che gli ultimi tre governi da tre anni a questa parte non sono frutto della volontà degli elettori, bensì di un’oligarchia che governa nonostante gli elettori.

Se quindi il cittadino sovrano è stato derubato del suo potere, altrettanto non si può dire del cittadino pagatore di tasse. In fin dei conti i soldi necessari per il funzionamento dello stato dipendono ancora e anzi sempre più dal gettito fiscale.

A maggior ragione se pensiamo alla sovraesposizione debitoria dello stato italiano che lo ha portato pochi giorni fa ad essere valutato dall’agenzia di rating Standard and Poor’s al livello BBB-, appena sopra la spazzatura.

I pagatori di tasse sono gli autentici proprietari di questo stato (e in fin dei conti di tutti gli stati). E i veneti, che in questo senso vantano assieme a pochi (i lombardi, gli emiliani-romagnoli e in parte i piemontesi) un credito fiscale spaventoso, rappresentano un autentico azionista di maggioranza dello stato italiano.

È chiaro pertanto che se i veneti lo vogliono, possono determinare a proprio piacimento come rapportarsi con esso, fino al punto di decidere, come hanno deciso di fare plebiscitariamente il 16-21 marzo scorsi nel referendum di indipendenza del Veneto organizzato da Plebiscito.eu e da 10 Comuni Veneti, di uscire dalla società Italia Spa per farsi la propria “società”, basata su ben altre regole e comportamenti.

L’azionista di maggioranza “Veneto” fino a qualche decennio fa poteva ragionevolmente pensare di instaurare un rapporto di cooperazione con lo stato italiano secondo un modello “autonomista”, come tentò di fare l’allore ministro della Democrazia Cristiana Antonio Bisaglia, cercando inutilmente di dare vita alla costola “bavarese” della Dc Veneta, sull’esempio della Csu e della Cdu in Germania. Egli sbagliò strategicamente e tragicamente però a concepire un disegno “antisistemico” e ne pagò le conseguenze, andando a pestare i piedi a chi non doveva.

Il compito odierno degli indipendentisti veneti, ora che si è del tutto e per fortuna esaurito addirittura il ruolo storico dell’Italia unitaria, è di concepire una visione della Repubblica Veneta che sia “sistemica” e che porti quindi il vantaggio non solo dei veneti, ma di tutti gli attori del quadro geopolitico generale in cui ci troviamo.

Il vantaggio competitivo incolmabile di Veneto Sì è di aver capito tale aspetto e di aver iniziato a dargli concretamente forma, fino alla piena indipendenza del Veneto.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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ROMA BOCCIA LO STATUTO SPECIALE, IL VENETO AUTONOMO È UTOPIA, ESAURITO IL RUOLO STORICO DELLA LEGA. ORA RESTA SOLO L’INDIPENDENZA CON VENETO SI

Reagiamo con forza allo schiavismo italianista, partecipando martedì 16 dicembre a Padova all’operazione “Matteo Evangelista”, per la liberazione fiscale dal peggiore burosauro del mondo

veneto-autonomoOggi il parlamento italiano ha stroncato la possibilità anche solo di pensare alla possibilità dell’autonomia del Veneto a statuto speciale. È stato infatti abortito e stroncato ancora prima di nascere il progetto del Veneto a Statuto speciale. Non sarà più possibile inseguire i sogni dei politicanti dei partiti in Veneto di una reale autonomia che consenta di competere con le regioni limitrofe su un piano di pari opportunità. La commissione Affari costituzionali della Camera, nel corso dell’esame al disegno di legge sulla riforma del bicameralismo e del Titolo V, ha bocciato un emendamento della Lega che autorizzava le regioni a statuto ordinario ad «avviare procedure di consultazione degli elettori, secondo modalità e termini previsti dai rispettivi statuti, per il riconoscimento della condizione di specialità, allegando al quesito referendario un progetto di revisione costituzionale». Anche la deputata del Pd Simonetta Rubinato ha ritirato una sua proposta analoga. Tutte le bugie pubblicate sui giornali nel corso di questi mesi e anni ora sono state finalmente smascherate: l’autonomia del Veneto è un’utopia. Oggi il parlamento italiano ha posto la parola fine al ruolo storico della lega nord, che è diventata un oggetto politicamente inutile e dispersivo. Quella roba lì non serve più a nulla a noi veneti. La secca dell’ordinaria amministrazione in cui si è confinata la balena verde, in un’era di cambiamenti e riforme necessarie è solo una perdita di tempo.

Noi lo diciamo dal 2006, da quando è possibile legalmente portare avanti il progetto di indipendenza del Veneto, grazie alla depenalizzazione della precedente legge fascista che prevedeva l’ergastolo per chi commetteva un antistorico reato d’opinione. E anche prima, negli anni ’90, per questo subendo inchieste e dossier.
Ora è un fatto politico, ciò che la logica dimostrava da sempre. Il parassita, il ladro, il furfante che vive nel malaffare grazie al furto delle risorse e del frutto del lavoro dei veneti non potrà mai concedere la libertà ai sudditi derubati. Anzi, è tanto arrogante e sicuro di sé da tenere anche corto il guinzaglio, non si sa mai che al veneto sciocco lavoratore che lo mantiene a sbafo vengano strane idee assaporando l’aria di maggiore libertà d’azione.
Questo ladro, questo parassita incapace e arrogante si chiama parlamento italiano e tutto il sistema di potere criminale che oggi pensa che uno stato artificiale di 60 milioni di abitanti possa reggersi sfruttando e mangiando sulle spalle di 18 milioni di sudditi che creano redditi. È la divisione prezzoliniana dell’Italia tra furbi e fessi, che trova la propria massima espressione proprio nel Veneto, dove gli imprenditori e il Popolo delle partite IVA arriva a suicidarsi dalla disperazione per ragioni economiche assumendosi responsabilità che non sono sue, ma dei lestofanti che ogni giorno mangiano pastasciutte a spese sue senza chiedere il permesso.

bozza_01 X_VenetoSI (3)Oggi è chiaro che è stato squarciato il velo ipocrita delle falsità: l’unica strada per la libertà si chiama indipendenza del Veneto. E l’unico strumento politico per attuarla si chiama Veneto Sì, grazie al sostegno di Plebiscito.eu.

Per questo martedì prossimo daremo il via alla liberazione fiscale dal mostro oppressore e arrogante, partecipando all’operazione “Matteo Evangelista”, con la MESSA IN MORA di EQUITALIA e dell’AGENZIA DELLE ENTRATE.

L’appuntamento è per martedì 16 dicembre alle ore 10 davanti agli uffici di Equitalia in via Longhin 115 a Padova.

L’ora della riscossa dei veneti è scoccata. Nessuno e niente potrà più fermarci. La libertà è un fiume in piena che scorre finalmente verso il proprio destino, che si chiama indipendenza della Repubblica Veneta.

Close-up of a Lion roaring, Panthera Leo, 10 years old, isolated on whiteGianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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L’INDIPENDENZA DEL VENETO E I DIVERSI APPROCCI PER OTTENERLA

slide_Vsi Dita-LogoVi sono diversi approcci all’indipendenza del Veneto. Non c’è una sola via. È normale che ciò avvenga. È un fenomeno non diverso da quello di altri Paesi che stanno ottenendo sempre maggiore consenso verso la propria indipendenza, in primis la Scozia, la Catalogna, le Fiandre.

È pertanto illusorio e infantile pensare che esista una sola via percorribile e che tutti vi si adeguino. È chiaro ed evidente che ognuno cerchi in buonafede di portare avanti la propria visione, ritenendola migliore. Poi vi sono le persone in cattiva fede, ma di quelle oggi non voglio scrivere.

Personalmente non giudico male chi pensa che il modo migliore di ottenere l’indipendenza sia attraverso un’alleanza con la lega nord, con forza italia, con l’ncd e con fratelli d’italia. Semplicemente ritengo sia un falso scopo, che nella migliore delle ipotesi secondo tale visione può portare qualche consigliere regionale in più, al prezzo della coerenza politica.

È proprio la coerenza politica il più grande capitale che possa esserci e che non può essere dilapidato. Per tale ragione non ha senso affiancarsi a chi l’indipendenza non la vuole e anzi la combatte, spesso anche per difendere interessi personali garantiti dal sistema statalista italiano.

Un’altra idea che emerge è che è inutile partecipare ad elezioni italiane, perché significa riconoscere uno stato illegittimo. Tale posizione è rispettabilissima da un punto di vista teorico. Ha però l’incontrovertibile difetto di riassumere in sé la morale “tagliarsi gli attributi per fare dispetto alla moglie”. Tra l’altro tale posizione non tiene conto del fatto che nel mese di febbraio si terranno comunque le elezioni politiche della Repubblica Veneta, per decisione della Delegazione dei Dieci. E che martedì 16 dicembre prossimo avverrà la messa in mora di Equitalia e dell’Agenzia delle Entrate con l’operazione “Matteo Evangelista”.

Ora però ciò non cambia che siamo e resteremo per un certo tempo sudditi dello stato italiano. Per uscirne con un processo democratico e pacifico dobbiamo legittimare la nostra azione sovrana emersa dal referendum di indipendenza del Veneto del 16-21 marzo con la disarticolazione della regione Veneto, che passa per la vittoria di Veneto Sì alle elezioni regionali. Non dobbiamo temere il contrasto di persone che ora reagiscono in modo rabbioso, perché sono infatuati di Zaia, o perché hanno il terrore di una vittoria della Moretti, o viceversa, oppure perché si fanno travolgere solo dalla rabbia fine a sé stessa.

Se vincesse uno qualsiasi di questi esponenti, per noi veneti l’unica cosa che cambierebbe sarebbero le cordate di potere che gestiscono la sanità veneta, che incide per la gran parte del bilancio regionale. Per noi veneti cosa cambierebbe nell’una o nell’altra ipotesi? Niente!

È chiaro allora che si deve prendere il coraggio a due mani e semplicemente far sapere ai nostri concittadini che alle prossime elezioni regionali potranno scegliere tra lo stato italiano e la Repubblica Veneta. Con pazienza e senza timore, perché la nostra posizione è la più coerente, la più solida ed argomentata, l’unica soluzione concreta per salvarci dal disastro morale e socio-economico di uno stato mostruoso e fallito.

Per farlo, contribuisci ora a dare forza all’azione di Veneto Sì, aderendovi e supportandola.

Gianluca Busato
Segretario – Veneto Sì

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REGIONAL ELECTIONS, GIANLUCA BUSATO: “VENETO SÌ” (“VENETO YES”) ASKS FOR THE MANDATE TO PUT INTO EFFECT THE FULL INDEPENDENCE OF VENETO

Organizers of the Digital Plebiscite of March 16-21, 2014 now ask Venetians the confidence to put the work in and fully enforce the Venetian Republic – #nézaianémoretti #venetosì per #indipendenza del #Veneto

Schermata 2014-05-28 alle 16.43.18In the course of next Venetian regional elections so far two main alliances declared to run for, the Democratic Party (“PD”) with its Italian center-left allies, proposing Ms. Alessandra Moretti as candidate for Veneto governor and the Northern League (”Lega Nord”) with its Italian center-right allies, re-proposing again Mr. Luca Zaia, actual Veneto governor.

As far as Venetians outlook is concerned, the two alliances change nothing. The actual Veneto Region reserves 3/4 of its budget to health care expenditures: for us it is totally irrelevant whether hospitals are managed by Mr. Zaia’s or Ms. Moretti’s gangs, this would bring us no advantage at all!

Democratic Party and Northern League are both systemic components, functional each other. For the purpose of the independence of Veneto both of them are opposing parties, in the very same way. At next regional elections either we vote for independence or for Italy represented by these Lady and Gentleman, different only in the form they mislead and steal against Venetians’ interests.

Therefore we need an alternative bringing us to the complete independence of Veneto. Let’s see in detail reasons of that.

Driven by the large win of favorable to independence of the Venetian Republic in the Digital Plebiscite of last March 16-21, organized by Plebiscito.eu and supported by “Veneto Sì” (Veneto Yes”), also the regional council approved the regional law no. 26 on June 19, 2014 to call a new regional referendum. But such decision was compromised, with an undemocratic act of the regional council members, by the need of collecting 14 millions euro from citizens to finance the organization of the referendum itself, contrary to another regional referendum for the autonomy that instead was financed with budget items dedicated to electoral consultations. Actual collecting pace of such funds is ridiculous and make such hypothesis possible about in 2030.

Such choices between sloth and infamy perfectly spotlight why there is any possibility for an electoral alliance with neither of the two actual fronts nowadays competing for the Veneto Region.

bozza_01 X_VenetoSI (3)For this reason it is compulsory the action of VENETO SI (VENETO YES), the across-the-board Electoral Committee we have created for the independence of Veneto, that will run for regional elections as a complete alternative to Italian parties.

To one side, in fact, we have the Democratic Party, in contradiction even with its own name, representing the greatest example of refusing the democratic spirit, denying the Venetian people the basic right of expression in a referendum, with this associating in its action with the negative example of Mr. Mariano Rajoy’s Spanish Popular Party, heir of Franco’s regime, that wanted to prevent Catalans from democratically expressing in a referendum politically binding for their independence. Such attitude is more and more worsened by the central government that continues oppressing Venetian citizens through an unjustified fiscal oppression and a policy that handicaps our economy and our territory.

On the other side we have the Northern League that also on the basis of its recent betrayal of autonomist requests, practiced through its new Italian nationalist line, demonstrated, also in the Veneto Region, with its contradictory action of the last legislature, to kid Venetian citizens, by approving inconsistent regional laws regarding independence of Veneto. This is proved also by the attempt it made beginning of March to confuse electors through an ambiguous and misleading collection of signatures aiming to reduce the voter turnout in the following Digital Plebiscite, that instead, contrary to all expectations, was a real success.

Now therefore, a few months away from next regional elections, that it is not yet known whether they will take place in March or in May, Veneto Sì (Veneto Yes) faces the need to arrange an election campaign in support of the independence of Veneto, to reaffirm also in institutional terms what already happened substantially with the referendum of last March.

From a practical point of view it will not be necessary holding a new referendum for the independence of Veneto, firstly because we already made it in March and secondly also because the regional administrative bureaucratic machine would not be able to oppose the contrast action of the Italian government, adverse to both independence of Veneto and to freedom of expression of Venetians in an institutional referendum politically binding.

It will be the outcome itself of the regional elections, same as will be in Catalonia, thanks to the confidence that will be given to Veneto Sì (Veneto Yes) and the coalition of independence movements running with it, to determine the will of Venetian citizens to put an end to the regional institution and to give shape and substance to the full independence of the Venetian Republic.

We will ask the Venetians their vote to carry through this program, with just one point, the independence of Veneto, fully implementing the Venetian Republic.

With our win at regional elections, we will therefore confirm unilaterally, applying the popular mandate received, the declaration of independence of Veneto of last March 21 and we will start off the international relations intended to recognize the Venetian Republic.

The institutional project of the Venetian Republic can consulted at www.evenetia.com.

Logo_PBeu_156Support to Veneto Sì (Veneto Yes) is assured by Plebiscito.eu, the main pro-independence organization, that was able for the first time to bring continuously to the attention of the world the Veneto independence cause.

Plebiscito.eu will fully provide Veneto Sì (Veneto Yes) with the biggest political database created ever in Veneto by a political organization, in order to prepare its election campaign.

Thus we will call for help all Venetian people of good will to support us in such task. Our future depends upon it.

Help will regard organization aspects. In order to support us for this task you can:

  • register yourself to Veneto Sì (Veneto Yes) from http://www.venetosi.org/volontari/;
  • join as volunteers of Plebiscito.eu from http://www.plebiscito.eu/entra-nella-squadra/.

Help should be also financial. In order to support us economically to prepare the election campaign , you can do it

  • by a bank transfer: IBAN IT69E0890462180021000001600 – BIC: ICRAITRRP40. Payee: PLEBISCITO.EU. Payment reason: Donation for VENETO SI (VENETO YES),
  • or by credit card from http://www.venetosi.org/sostieni/.

Your destiny depends only on your will of being its architect.

Some months ago – with a general surprise – we have carried out the greatest referendum campaign ever for the independence of Veneto. Now with your help we are going to complete the job started in March. We achieve our goals concretely, whereas politicians talk.

Gianluca Busato
Secretary – Veneto Sì (Veneto Yes)