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DALL’OLANDA UN BEL SEGNALE CHE RAFFORZA L’IDEALE EUROPEO

Le notizie che provengono dall’Olanda si sommano a quelle che arrivano dalla Scozia e dalla Catalogna, che vedono riprendere a soffiare forte il vento dell’indipendenza

Dalle elezioni olandesi emerge una conferma dell’unica linea che può sconfiggere i retrogradi nazionalisti che pensano di portare le lancette dell’orologio indietro di un secolo.

La vittoria del premier Rutte si inserisce in una tendenza che sembra emergere a livello europeo e che speriamo possa vedere una parziale conferma anche nelle elezioni presidenziali francesi e politiche tedesche.

La linea programmatica è esattamente la stessa che, ovviamente adattata al quadro locale, abbiamo lanciato il 24 febbraio scorso a Padova, con 20 punti Pro Europa, Pro Euro, Pro Innovazione e Pro Commercio Internazionale. Se tale linea nel cuore d’Europa viene fatta propria da partiti liberisti conservatori, è del tutto naturale che in Veneto e probabilmente anche in altre regioni italiane che intendono liberarsi dall’oppressione del burosauro tricolore sia fatta propria da forze indipendentiste moderne come Veneto Sì e Plebiscito.eu.

Di fronte allo stupidario economico di casa nostra, interpretato dai “guru” dei vari Salvini e Grillo, e sui cui lo stesso Renzi li ha inseguiti con un’idiota linea antieuropeista e retrograda che lo ha portato a cadere, l’unica possibilità di vittoria è propria la coerente determinata volontà di un progetto di responsabilizzazione finanziaria territoriale che solo una forza indipendentista come la nostra può portare avanti.

Tutto il resto è il fronte unitario della spesa pubblica, che al di là delle sterili etichette ideologiche di destra o di sinistra, vede solo nello spendificio di stato l’unica leva di costruzione del consenso per esercitare il potere fine a sé stesso.

Noi crediamo invece che vi sia ancora una maggioranza silenziosa che vuole difendere il lavoro e la capacità di crearlo con coraggio e rischio imprenditoriale che va incoraggiato, non di certo punito con tassazioni esasperanti tanto dal governo centrale quanto dai governi locali né tantomeno assistito con sussidi parassitari che hanno l’unico effetto di distorcere il mercato.

C’è una maggioranza silenziosa, che al di là delle caste e degli interessi corporativi e generazionali, sa bene che se non si favorisce la creazione di un ecosistema di innovazione e che favorisca l’occupazione giovanile, siamo tutti destinati a decenni di miseria e degrado statalista.

Invece il partito unico della spesa pubblica è tutto incentrato a ingraziarsi i sindacati di regime che oramai non tutelano più i lavoratori, ma i loro interessi di casta.

Le notizie positive in ambito di tenuta politica sul versante socio-economico che provengono dall’Olanda pertanto si sommano a quelle che arrivano dalla Scozia e dalla Catalogna, che vedono invece riprendere a soffiare forte il vento dell’indipendenza, che sarà il motore straordinario che ci permetterà di rafforzare un’Unione Europea dove ci sarà senz’altro spazio anche per il Veneto indipendente.

Veneto Sì / Plebiscito.eu

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I FANNULLONI DELL’OSPEDALE DI NAPOLI DIMOSTRANO CHE SI PUÒ LASCIARE A CASA ALMENO 1 MILIONE DI DIPENDENTI PUBBLICI

Metà dei dipendenti del Loreto Mare di Napoli erano assenteisti, eppure la struttura funzionava. E se questa fosse una regola generale?

Un paio di giorni fa ha fatto scalpore la notizia di un blitz dei carabinieri del Nas all’ospedale Loreto Mare di Napoli, che ha visto oltre 90 dipendenti indagati per assenteismo, di cui 55 finiti agli arresti domiciliari. A suscitare la curiosità è stata la creatività di alcune “assenze”, da chi faceva lo chef in un ristorante durante l’orario di lavoro, a chi giocava a tennis, oppure faceva shopping in gioiellerie. In tutto gli assenteisti cronici erano quasi la metà dei dipendenti del nosocomio.

C’è però un altro aspetto particolare della notizia che non è stato analizzato dai media. Ovvero il fatto che se è vero che l’ospedale Loreto Mare di Napoli è una struttura di tutto rispetto, con diverse eccellenze, non si capisce come possa funzionare, con risultati anche apprezzabili, con la metà, o un terzo dei dipendenti che non lavorano.

La vera notizia allora che emerge è che questa è la dimostrazione scientifica che metà dei dipendenti non sono essenziali per il funzionamento del nosocomio. Se solo si alza lo sguardo e si andasse ad indagare su quale sia l’effettiva utilità dei dipendenti pubblici in tutte le strutture pubbliche in ogni settore ci viene il dubbio che potrebbe emergere una voragine impressionante.

Siamo andati a fare qualche ricerca, ma i dati aggiornati da fonti attendibili sono realmente difficili da trovare. Speriamo che qualche addetto del settore riesca a trovare cifre più aggiornate delle nostre.

Ecco cosa abbiamo trovato.

  • I dipendenti pubblici a tempo pieno sono 3,3 milioni.
  • In aziende pubbliche a controllo statale con quota sopra il 50% vi sono inoltre circa 700.000 dipendenti a tempo pieno.
  • Nelle Aziende Partecipate dal Tesoro abbiamo 300.000 dipendenti a tempo pieno
  • Le Consulenze e i lavori temporanei sono circa 560.000.
  • I contratti a tempo determinato full-time sono 3.232.954.
  • I contratti a tempo determinato part-time: sono circa il 3,5% di tale cifra.
  • Il personale a tempo determinato e con contratto di formazione e lavoro risulta pari a 80.413 persone.
  • I supplenti brevi della scuola: non si sa il numero si rileva solo la spesa.
  • I professori universitari a contratto e i ricercatori assegnisti dell’Università sono circa 20 mila.

I dipendenti degli organi costituzionali hanno un bilancio a parte:

  • i dipendenti della Camera sono 1500 circa
  • i dipendenti del Senato sono 829
  • i dipendenti del Quirinale sono 2 mila circa
  • i dipendenti della Corte costituzionale sono 350.
  • Andiamo a vede la situazione delle consulenze.

Nel 2009 lo Stato ha distribuito 299.281 consulenze esterne.

Ad essi vanno aggiunti altri 27 mila incarichi esterni assegnati dal Servizio sanitario nazionale.

La cifra però è parziale, perché meno della metà delle amministrazioni pubbliche ha comunicato i propri dati al ministero, perciò – stimava al tempo la funzione pubblica – si può supporre che le consulenze siano circa 500 mila in un anno.

Dunque, sommando anche i consulenti, arriviamo a circa 4 milioni di persone stipendiate dallo Stato.

Restano ancora da calcolare:

  • gli interinali, circa 8 mila
  • gli Lsu, i cosiddetti «lavoratori socialmente utili», impiegati soprattutto al Sud, 17 mila circa,
  • le collaborazioni coordinate e continuative: 37.443 persone

Aggiungiamo quindi circa 60 mila persone, arrivando a oltre 4 milioni di stipendiati dallo Stato su circa 22 milioni di occupati.

Vi sono poi da aggiungere tutti i dipendenti che sono dipendenti pubblici, ma che non sono impiegati nel settore statale (scuola, ministeri, polizia, forze armate) né nel settore pubblico non statale (Servizio sanitario nazionale, regioni e autonomie locali).

Le statistiche finora illustrate, ovvero quelle dello Stato centrale, non li contemplano.

Volete sapere una cosa straordinaria a questo punto? Lo Stato non sa quante aziende possiede.

E se per caso volessimo includere nella cifra oltre al totale degli statali, oltre all’esercito delle partecipate e controllate locali, anche quello delle partecipate del Tesoro?

Ad esempio, la Rai, posseduta al 99,5% dal ministero dell’Economia, e i suoi 13.299 dipendenti. O l’Anas (100% del Tesoro) con 6357 dipendenti, di cui 2 mila dirigenti. O Fs ferrovie dello Stato (100%) con 71.191 dipendenti. O Posteitaliane Spa (100%) con 144 mila dipendenti.

Continuiamo: l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, meglio nota come Invitalia (100% pubblica), un altro migliaio di stipendi.

E molte altre società possedute o partecipate dal ministero dell’Economia (Eni, Enel, Finmeccanica…), in tutto 33, e altre migliaia e migliaia di persone.

Stime dell’Istat parlano di 4.186 aziende in cui la partecipazione pubblica supera il 50%, per un totale di 681 mila occupati. Altre stime che considerano anche le aziende con quota di partecipazione pubblica sotto il 50%, ma in ogni caso in situazione di controllo vedono superare addirittura le 10.000 imprese.

Facendo un po’ di somme abbiamo 13299+6357+71191+144000+1000+681000 = 916847 altri dipendenti pubblici.

Solo da queste cifre che si possono desumere, senza conoscere le altre, si capisce che i dipendenti pubblici siano oltre 5 milioni.

Se andiamo poi a vedere qual è la spesa pubblica per il pubblico impiego e proviamo a fare un po’ di paragoni con altri Paesi la preoccupazione sale ancora.

Tanto che in Italia la spesa per il pubblico impiego pesa per l’11,1% del Pil mentre in Germania pesa per il 7,9% del PIL, pur avendo .la Germania 1 milione di dipendenti pubblici in più (dati 2011).

In UK pesava come in Italia ( per l’11,5% nel 2011 ma i dipendenti pubblici inglesi erano il doppio di quelli italiani).

Lasciando a qualche ricercatore che abbia più tempo e competenza del sottoscritto il compito di fare un’analisi rigorosa della situazione aggiornata dell’impiego pubblico considerando tutti i rivoli, ciò che si può concludere dalla notizia dei fannulloni trovati all’ospedale di Napoli è che probabilmente si inizia a comprendere perché la spesa pubblica per il pubblico impiego sia così fuori controllo.

Ecco perché l’altro giorno, nel lanciare i nostri 20 punti per uscire dal medioevo italiano, abbiamo stimato che si possa smagrire il bilancio dello stato di almeno 1 milione di stipendi pubblici rispetto agli oltre 5 milioni di assegni staccati ogni mese dallo stato italiano.

E con i soldi risparmiati dei loro stipendi si potrebbero magari aiutare persone realmente in difficoltà, fornendo loro servizi di assistenza che oggi non vengono forniti, oppure semplicemente abbassare le tasse e permettere a cittadini e imprese di avere più soldi in tasca e ridare ossigeno al ciclo economico.

C’è una sola controindicazione, ovviamente in tale misura: la fine del sistema clientelare che permette al Partito Unico della Spesa Pubblica (PD+Lega+FI+M5S+tutti) di costruirsi il consenso con il voto di scambio che hanno usato da sempre per mantenersi al potere nonostante il fallimento del sistema italiano nel suo complesso.

Per questo diventa fondamentale il Primo Punto del nostro programma, ovvero i Negoziati per indipendenza del Veneto e di tutte le regioni che la richiederanno, oppure che avanzeranno domanda di maggiore autonomia. Da tali negoziati saranno stipulati gli accordi di ripartizione del debito pubblico in base ai criteri internazionalmente adottati. Ciò consentirà: di ripianare parte del debito pubblico e di garantirne la sostenibilità per lo stato italiano e nel contempo di generare cicli economici virtuosi nelle regioni rese indipendenti grazie ai surplus finanziari che potranno essere generati e alla maggiore responsabilità finanziaria territoriale che ne deriverà.

Gianluca Busato
Veneto Sì / Plebiscito.eu

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“VENETO SI” E PLEBISCITO.EU APPOGGIANO L’ASSEMBLEA NACIONAL CATALANA: L’INDIPENDENZA DEL VENETO SI DEVE BASARE SU PRINCIPI DI APERTURA E TOLLERANZA

Ieri la più importante associazione indipendentista catalana, Assemblea Nacional Catalana, dalla quale proviene anche il Presidente del Parlamento Catalano Carme Forcadell, ha emesso un comunicato in cui ha preso le distanze da un movimento indipendentista veneto, indipendenza veneta, che aveva indetto una manifestazione in solidarietà alla Catalogna. Veneto Sì e Plebiscito.eu condividono pienamente tale comunicato.

Questo il testo inviato dall’ANC e tradotto in italiano da Jordi Minguell.

L’Assemblea Nacional Catalana ed il Consiglio delle Assemblee Esteriori comunicano alle assemblee territoriali, settoriali ed esteriori che l’ANC e l’ANC Italia non hanno incoraggiato la manifestazione di appoggio all’indipendentismo catalano promossa dal movimento Indipendenza Veneta.  Vi chiediamo di non diffondere il cartello di invito alla manifestazione né la notizia sull’evento, che circola da pochi giorni. Non ne siamo promotori e non ci partecipiamo. L’ANC gradisce tutte la manifestazioni di appoggio da movimenti indipendentisti di ogni dove, a patto che questi siano pacifici, democratici e non xenofobi e con il beninteso che la gratitudine non ci rende allineati a loro. Ogni movimento è originato da circostanze specifiche. L’ANC riconosce gli sforzi internazionali per far progredire il diritto di autodeterminazione dei popoli, riconosciuto da diversi trattati internazionali, tra cui la Carta delle Nazioni Unite, e dal diritto consuetudinario internazionale.

Ovviamente non sono mancate le reazioni in Veneto da parte anche di altri esponenti, come Luca Polo di ICEC, che si sono scagliati in difesa del movimento guidato dall’avv. Morosin.

Forse a molti venetisti sfugge il fatto però che quando partecipi, o appoggi manifestazioni razziste in tema di immigrazione, oppure quando occhieggi alle posizioni intolleranti e antieuropeiste di lega e sovranisti è ovvio che a livello internazionale appari politicamente schierato con loro. E non solo a livello internazionale: anche in Veneto questa è la principale ragione per cui noi di Veneto Sì e Plebiscito.eu non vogliamo avere nulla a che fare con questi soggetti politici.

Certo, quando furono costituiti le basi erano diverse, tant’è vero che ne facevamo parte, anzi abbiamo fortemente contribuito alla loro fondazione. Poi quando emersero all’interno di tali movimenti tali spinte e manovre che li rendevano soggetti poco distinti dalla lega xenofoba e razzista ovviamente la nostra linea improntata all’europeismo, alla tolleranza e all’apertura verso il mondo diventò inconciliabile con una visione gretta e nostalgica di parte della dirigenza, tanto che fummo espulsi.

Da tale importante passaggio prese origine il movimento che quindi diede vita all’idea prima e alla realizzazione del Plebiscito Digitale, che mai come prima era avvenuto, portò la questione veneta alla ribalta e all’attenzione del mondo intero, coinvolgendo la maggioranza assoluta della popolazione e portando al voto nel referendum di indipendenza del Veneto di marzo 2014 oltre 2,3 milioni di veneti, che all’89,10% si espressero a favore dell’indipendenza della Repubblica Veneta.

Tale risultato fu possibile proprio perché alla base di Plebiscito.eu c’era una visione dell’indipendenza del Veneto basata su principi solidi che fecero percepire chiaramente al Popolo Veneto che non si trattava di un’iniziativa razzista e xenofoba come quelle della lega nord, bensì di un momento storico che avvicinava il Veneto a diventare un futuro nuovo stato indipendente all’interno dell’Unione Europea.

I vari movimenti venetisti, da indipendenza veneta, a noi veneto indipendente, a siamo veneto, devono capire che ora la questione è diventata per loro urgente e vitale: o prendono in modo drastico le distanze dalla lega nord e dalla sua politica razzista, intollerante, xenofoba, chiusa, sessista, antieuropea, oppure se continueranno a vivacchiare all’ombra del mostro ne saranno sempre più assimilati e le conseguenze saranno il loro isolamento internazionale dai grandi movimenti indipendentisti europei e di tutto il mondo.

Questa sera da Padova, in occasione dell’evento “Veneto Ribellati” che si terrà dalle ore 19.30 in Piazza delle Erbe, Veneto Sì e Plebiscito.eu rimarcheranno ancora più i propri principi e il loro piano di azione lanciando 20 punti per uscire dal medioevo italiano che sono improntati tutti proprio su questi capisaldi di apertura e tolleranza: Pro Indipendenza, Europa, Euro, Innovazione, Commercio Internazionale.

Sarà l’inizio di una nuova straordinaria avventura per il Veneto e per tutti i Popoli che intendono liberarsi dall’oscurantismo italiano con metodi pacifici e civici e un’azione basata su principi inderogabili.

Gianluca Busato
Veneto Sì / Plebiscito.eu

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CAMPAGNA TESSERAMENTO “VENETO SI”: L’INDIPENDENZA PARTE DAL TUO IMPEGNO CONCRETO

Il prossimo 31 marzo scade il termine ultimo per rinnovare l’iscrizione a “VENETO SI”, il movimento politico che costituisce il braccio operativo ufficiale di Plebiscito.eu nel territorio.

Puoi rinnovare l’iscrizione, o iscriverti per la prima volta, direttamente on line da http://www.venetosi.org/adesione/, oppure venerdì prossimo 24 febbraio nel nostro gazebo durante l’evento “VENETO RIBELLATI” che si tiene in Piazza delle Erbe a Padova a partire dalle ore 19.30.

L’azione per l’indipendenza del Veneto è possibile solo se il suo movimento politico riesce a completare l’attività di comunicazione verso i cittadini. Tale attività a sua volta può essere condotta solo attraverso i metodi di autofinanziamento che provengono dai suoi stessi attivisti e soci. L’iscrizione al movimento rappresenta quindi l’elemento essenziale che ci permette di essere attivi, ad esempio con la campagna “VENETO RIBELLATI”, che intende portare il nostro movimento in tutte le piazze del Veneto.

Iscriviti ora a “VENETO SI”, per accelerare il progetto di indipendenza!
Fallo on line in 30 secondi da http://www.venetosi.org/adesione/.

Se darai la tua fiducia e la tua adesione a VENETO SI, desideriamo fin d’ora ringraziarti per il tuo sostegno alla Causa Veneta, che ci permetterà di portare avanti la nostra battaglia assicurandoci gli strumenti minimi necessari per la comunicazione e l’azione nel territorio.

Per ogni informazione e approfondimento restiamo a tua completa disposizione.

Il nostro futuro è il frutto della nostra azione.

Grazie, cordialmente

Ufficio Iscrizioni
VENETO SI
www.venetosi.org

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TTP + NAFTA – USA + UE = CINA SUPERPOWER?

La notizia che il presidente del Messico Enrique Peña Nieto si è trovato praticamente costretto a cancellare la propria visita alla Casa Bianca non pare essere una buona notizia per gli USA.

Al di là dei problemi, alcuni magari anche oggettivi, il Messico rappresenta per gli USA un buon vicino. Una politica particolarmente aggressiva sul famoso tema del “muro” da costruire al confine, nel territorio americano, con la pretesa che a pagarlo siano i messicani, unitamente alla rinegoziazione del trattato commerciale NAFTA tra Canada, USA e Messico, potrebbe creare uno scenario nuovo per lo stato centro-americano, che resta pur sempre importante, con i suoi oltre 117 milioni di abitanti e con un’economia non trascurabile, che lo vede all’11° posto nel mondo per Pil misurato a parità di potere d’acquisto.

Se esso fosse costretto all’angolo, potrebbe addirittura aprirsi uno scenario fino a poche ore fa assolutamente irrealistico, di portata geo-politica.

Qualcuno infatti potrebbe iniziare a chiedersi quanto sarebbe disposta a investire Pechino per un accordo commerciale che saldi in un nuovo accordo globale ciò che potrebbe restare di TTP + NAFTA – USA, magari aggiungendo anche un accordo per una base militare cinese in Messico, approfittando delle tensioni USA-Messico e così rispondendo alle minacce americane nel mar cinese meridionale.

Nel momento in cui si acuiscono le tensioni tra superpotenze, anche uno scenario fino a poche ore fa assurdo ora può diventare possibile.

Se poi si considera la naturale predisposizione della Cina a investire in Paesi ad alto rischio, tale ipotesi oggi diventa forse addirittura probabile.

Se a tale scenario se ne sommano altri, come ad esempio quelli che emergono dai colloqui odierni tra la cancelliera Merkel e il primo ministro cinese Li Keqiang, si comprende anche come nel nuovo equilibrio mondiale che si stra creando dopo Brexit e soprattutto con l’elezione di Trump, si stiano anche rafforzando molto velocemente i legami tra Unione Europea e Cina. Anche tale fenomeno può far nascere una nuova alleanza strategica ed economica, che potrebbe ulteriormente cambiare il quadro generale, unendo gli interessi del primo mercato del mondo, con quelli della seconda potenza economica globale, che aspira a diventare la prima. In tale ambito, come da noi previsto e perseguito da anni, Venezia, il Veneto e tutto l’Alto Adriatico reciterebbero un ruolo fondamentale, che potrebbe dar forma a una sorta di nuova Singapore Europea.

In generale, la lezione che può essere assunta in meno di una settimana dall’insediamento del 45° presidente USA alla Casa Bianca è che in ambito geo-politico può essere rischioso pensare di adottare una tattica transazionale e unilaterale su troppo tavoli contemporaneamente, in quanto si rischia di far alleare tutti i contraenti contro di te, facilitandoli nell’adozione di una strategia negoziale complementare che risulterebbe estremamente agevolata.

Gianluca Busato
Plebiscito.eu / Veneto Sì

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MA QUALI HACKER RUSSI, AD ESSERE IN CRISI È HOLLYWOOD

Emerge sempre più forte la polarizzazione del mondo politico americano a sole due settimane dall’ingresso di Donald J. Trump alla Casa Bianca.

Non si spegne ancora infatti l’eco delle vicende relative alle azioni che secondo le agenzie di intelligence USA avrebbero determinato una sorta di hacking delle elezioni presidenziali statunitensi da parte russa, come viene più ampiamente descritto nei report declassificati oggi resi pubblici anche al grande pubblico.

Certamente se le azioni fossero dimostrate potrebbero forse essere anche gravi, ma da un punto di vista squisitamente pragmatico emergerebbe un paradigma rovesciato, in quanto secondo la classica letteratura da Yalta in poi, quantomeno in una parte rilevante del mondo di solito erano gli USA ad essere descritti come governo che si “intrometteva” negli affari interni di altri Paesi. Spesso riuscendoci. E dimostrandone la sua potenza.

Se oggi fosse confermato tale scenario, ci troveremmo invece di fronte a qualcosa di nuovo. Ovvero alla capacità di un nuovo centro di influenza, la Russia, di influenzare l’esito politico in altri Paesi, tra i quali paradossalmente proprio l’America.

Ciò era impensabile qualche decennio fa. Ci immaginiamo infatti quale sorriso avrebbe suscitato negli anni ‘70 l’accusa alla “Pravda” di avere orchestrato una campagna di disinformazione tale da influenzare l’opinione pubblica americana?

Oggi invece qualcuno sorride meno all’idea che sia possibile un’influenza in tal senso da parte di “Russia Today”, anche se la Russia non ha certamente più alle spalle la potenza militare di cui godeva l’Unione Sovietica, quantomeno in termini comparati.

Significa forse che Putin è oggi più forte rispetto all’America di quanto non lo fossero all’epoca Stalin, Kruscev e Breznev? Obiettivamente non lo crediamo.

Al di là del furto delle email del Partito Democratico USA da parte di hacker che la CIA ritiene essere ispirati, guidati e agli ordini di Mosca, o dei paventati collegamenti tra Wikileaks e l’intelligence russa, ciò che ci impressiona di più è proprio la presunta debolezza che il sistema di opinione pubblica americana avrebbe invece di fronte alle azioni di comunicazione intraprese proprio dai media russi, come appunto RT.com o Sputnik, per non parlare della galassia in parte inesplorata che viene fatta rientrare nella fake news.

Ci chiediamo infatti come mai ciò possa accadere. E ci viene un grande dubbio.

Perché oggi le azioni russe secondo le agenzie federali USA possono avere enorme influenza, con molto meno sforzo di quanto fosse dispiegato in un’epoca diversa da una superpotenza come quella sovietica?

Il dubbio è il seguente. Non è che forse ad essere in crisi oggi sia proprio la narrativa dell’America? Non è che ad essere assente sia il Grande Sogno Americano, che alla fine risultava essere sempre l’arma vincente dei buoni contro i cattivi?

Cosa oggi manca agli USA per essere concepiti in modo intuitivo come i buoni che stanno dalla parte delle persone per bene, che vogliono far emergere l’idealità di fronte alla malvagità?

La grande divisione che oramai spacca la società americana in parti che paiono non capirsi più secondo più di qualcuno nascerebbe proprio da questa mancata volontà, o capacità di saper essere l’interprete del Grande Sogno Moderno.

Tale lacuna non potrà certo essere completata da una contrapposizione interna al nuovo presidente da parte di chi si ritiene essere portatore originale di tale forza narrativa, che oggi ha perso.

Ad essere in crisi, prima ancora dell’America, è Hollywood, che sapientemente sapeva dare forma ai sogni dell’America sul Grande Schermo. Oggi non c’è più il Grande Sogno Americano e non c’è più nemmeno il Grande Schermo per rappresentarlo. È stato sostituito da innumerevoli e spesso ripetitive se non noiose serie TV di Netflix e altri che ne hanno dintermediato la narrazione in una forma che non riesce a decollare come immaginario collettivo.

Ieri leggevo un commentatore su Newsweek che criticava Edward Snowden, lamentandosi tra l’altro, perché la sua vicenda apparirebbe convincente principalmente per merito della sua auto-narrazione e rappresentazione come film. Il punto è proprio questo. Perché nessun film ha fatto invece breccia per raccontare le vicende di Snowden, o anche di Assange, dal punto di vista delle istituzioni americane che ne sono state danneggiate? Un tempo non c’era questione più semplice – e di maggior successo – che far odiare al grande pubblico una spia che aveva tradito. Perché oggi avviene l’esatto contrario?

Non è che forse il problema americano sia proprio la mancanza di ispirazione, nel senso più profondo, culturale e artistica, nel suo momento di più grande crisi contemporanea, che si riflette nella crisi di ispirazione di tutto ciò che ne era collegato?

Gianluca Busato

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VENETO RIBELLATI. 9 DICEMBRE A TREVISO.

Veneto Revolution: mobilitazione generale il 9 dicembre a Treviso. Ribelliamoci, è partita una nuova repressione contro i Veneti. Pagare le tasse a uno stato ladro è immorale

  • Quando: 9 dicembre ore 19.30
  • Dove: Piazza dei Signori, Treviso
  • Chi: tutti, portiamo quante più persone possibile

Passaparola!

Locandina da stampare e distribuire

(disponibile anche in formato pdf per la stampa):

ribellati

 

Link all’Articolo pubblicato dal Serenissima Post:

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DOPO IL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE, CHI FA DA SÉ FA PER TRE

Ben presto la politica italiana sbatterà il muso con il più terrificante debito pubblico del mondo e sarà chiaro che soluzione alla crisi italiana non passa per Roma, ma per l’indipendenza del Veneto.

policyOgni tot mesi gli illeggibili giornali italiani ripetono ritornelli drammatici cambiando solo qualche parola chiave. Oggi è la paura degli effetti del referendum costituzionale del 4 dicembre a tener banco. A gennaio forse qualcuno ricorderà il panico per i crediti deteriorati delle banche. Qualche tempo fa c’era la disoccupazione e prima ancora la spesa pensionistica e l’art. 18. Tra un po’ sarà l’ora della produttività, il male che incarna tutti i mali. Prima però si dovrà passare la crisi politica post-referendum (Renzi bis? Governo tecnico Padoan? Altro governo Monti-style? Poco cambierà in ogni caso), forse le elezioni politiche anticipate nel 2017 con qualche straccio di legge elettorale che esorcizzi lo scenario di un governo grillino (il vero scopo del governicchio che seguirà la vittoria del no nel referendum) e sicuramente la fine annunciata degli esorcismi monetari di Draghi che in questi ultimi anni tra bazooka e QE ha saputo distrarre il mondo intero dal vero dramma italiano, il suo debito pubblico che cresce a dismisura mentre l’economia tracolla, o al massimo stagna.

Sarà a quel punto che probabilmente il muro della realtà si porrà di fronte alle teste vuote della politica italiana? Se ciò dovesse essere, la preoccupazione maggiore è che avverrà proprio dopo una possibile vittoria elettorale dei 5 Stelle ad aprile-maggio 2017, ovvero nel momento migliore per il resto della casta politica italiana per trovare gli utili idioti da incolpare come capro espiatorio di una politica delinquenziale condotta da mezzo secolo a questa parte da tutti i leader (o forse sarebbe meglio dire lader) e da tutti i partiti politici (o forse sarebbe meglio dire cosche mafiose) che si sono succeduti al governo in forma sparsa e ad alleanze miste.

Se ciò fosse, probabilmente dopo qualche semestre si porranno le condizioni per perpetuare l’eterna irresponsabilità della casta politica italiana che potrà ricominciare a spendere e spandere, aumentando le tasse e distruggendo qualsiasi parvenza di crescita economica, condannando al sottosviluppo intere generazioni.

Lo scopo naturale di qualsiasi governo italiano è in realtà di spremere al massimo i contribuenti del nord, in particolare veneti e lombardi, per finanziare politiche clientelari che abbattono il potenziale competitivo del Paese. Da tempo ormai si è superato il punto di non ritorno che permetta di riformare il sistema creando meccanismi virtuosi di maggiore responsabilità finanziaria territoriale e ogni proposta in tal senso si è tradotta in ancora maggiore spesa pubblica. Questo è stato il risultato infatti della pseudo-riforma di federalismo amministrativo, che ha contribuito a fare schizzare in alto il debito pubblico, tanto che oggi addirittura la stessa parte politica che ha approvato tale riforma vuole cancellarla con un nuovo centralismo dispotico in caso di vittoria dei sì nel prossimo referendum.

Tutte le strade di uscita come si può vedere sono bloccate.

A parte una. Quella che non passa per Roma, ovvero la piena indipendenza del Veneto e di tutte le regioni che vorranno prendersi in mano la responsabilità storica del proprio destino. Chi resterà attaccato al carrozzone italico sarà trascinato nei gorghi della disperazione e della misera. Chi avrà la forza e il coraggio di conquistare la propria libertà avrà in mano tutte le carte per perseguire la felicità propria e delle generazioni future.

Chi fa da sé, fa per tre.

Gianluca Busato
Veneto Sì / Plebiscito.eu

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DOPO TRUMP E BREXIT, LA CINA DIVENTERÀ PRESTO LA PRIMA SUPERPOTENZA MONDIALE?

Il riequilibrio di forze in campo gioca a sfavore dell’Europa e, in particolare dell’Italia. E questa può essere una buona notizia per l’indipendenza del Veneto.

xi-jinping-trumpMolti si stanno interrogando su quali potranno essere le conseguenze a vari livelli dell’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America. Sono passati solo pochi giorni da tale evento e il quadro appare ancora più confuso rispetto allo shock iniziale, in quanto emergono un po’ alla volta alcuni importanti nodi. Serenissima Post ha pubblicato qualche giorno fa la traduzione in italiano del punto di vista di Ian Bremmer a tale proposito, così come un’intervista a Parag Khanna su questioni generali che rappresentano un’ottima base di partenza per alcune considerazioni.

Non crediamo infatti che la questione principale possa essere quella militare, o geopolitica che dir si voglia, in quanto la teoria delle aree di influenza viene forse meno proprio in applicazione di una diversa filosofia approdata alla Casa Bianca, che pare privilegiare le relazioni transazionali, ovvero basate sulla capacità di fare affari e non più sulla presunta difesa di valori “occidentali” che oggi paiono abbandonati alla storia. Notoriamente fino ad oggi si sono confrontati tre grandi poli di influenza al mondo: gli Stati Uniti d’America, la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese, con i rispettivi quadri di alleanze a vario livello. Essi rappresentavano diversi sistemi di valori e, soprattutto, di interessi economico-finanziari. A scombinare il quadro non è stato Trump e nemmeno Putin, bensì la Cina che dalla caduta dell’Unione Sovietica ha saputo fare un passo doppio straordinario: da un lato ha intrapreso e rafforzato la propria crescita economica (compresa la capacità di innovazione tecnologica), dall’altro ha saputo esercitare uno straordinario soft-power che si è sostituito al vuoto sovietico in tutti i più importanti quadranti del mondo, dall’Asia, all’Africa, al Pacifico, fino all’Europa. L’avanzata cinese è stata così importante che oggi il presidente Xi Jinping si permette di dire al neo-eletto presidente Donald Trump che la cooperazione tra Cina e USA è una strada obbligata. Perché, è sottinteso, se così non fosse ne risulterebbe una totale influenza cinese nelle reti di commercio e infrastrutturali internazionali che stanno nascendo e plasmando il mondo che verrà.

Una ritirata strategica degli USA dalle partnership globali, o un gioco al ribasso con progressivo isolamento lascerebbero infatti campo vuoto e aperto alla colonizzazione da parte della seconda economia del mondo che sta rapidamente candidandosi a diventare la prima.

calexit-700x466Non solo gli USA rischiano di perdere il primato mondiale da un punto di vista economico e relazionale, ma anzi oggi come mai prima rischiano di perdere anche componenti fondamentali al proprio interno. Il Paese che finora ha rappresentato la difesa dei valori democratici non potrà infatti reggere le spinte verso l’autodeterminazione di Stati importanti dell’Unione. Il primo risultato concreto infatti della elezione di Donald Trump è che oggi non fa più paura l’indipendenza della California (e anche di altri Stati). Il tabù che pareva essersi radicato per sempre nel suolo americano dai tempi della Guerra di Secessione, oggi pare definitivamente sfatato alla luce della deflagrazione del sistema bipartitico democratico-repubblicano sconfitto proprio dall’azione anti-sistema di Trump.

Per quanto riguarda infine l’Europa e in particolare l’Italia, una chiusura commerciale degli USA sarebbe un’ulteriore cattiva notizia (che andrebbe ad aggiungersi al probabile aumento della “bolletta” militare finora assorbita dalla Nato), che andrebbe a costituire un danno diretto per l’export europeo. Inoltre, una politica “keynesiana” da parte di Trump con l’aumento delle spesa pubblica e infrastrutturale interna, sfocerebbe in aumento dell’offerta di titoli pubblici americani molto competitivi, che faranno inevitabilmente diminuire la capacità europea e italiana di attrarre investitori in tal senso, creando un ulteriore circolo vizioso che già oggi stesso è ben traducibile nell’aumento dello spread, la febbre più grave di cui soffre lo stato italiano.

Mala tempora currunt, sed peiora parantur. Viviamo brutti momenti, ma se ne preparano di peggiori.

E tutto sommato questa non è proprio una bruttissima notizia, in quanto il venir meno di una situazione cristallizzata di equilibrio precario può liberare le migliori opportunità per il Veneto per conquistare la propria indipendenza, se saprà cogliere la sfida che Plebiscito.eu ha lanciato con il proprio piano strategico che fa leva proprio sulle armi della modernità, l’economia, con la propria business community e le enormi potenzialità che derivano dal venture capital, e la tecnologia, con la realizzazione del cripto-stato, che sarà la “nuova America”, mentre la vecchia America è in piena crisi di identità.

Veneto Sì / Plebiscito.eu

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SEMPRE PIÙ TSUNAMI DEMOCRATICI IN FUTURO SENZA RISPOSTE ALLE GRAVI DOMANDE DEL PRESENTE. A COMINCIARE DALLA CALIFORNIA.

La vittoria di Trump ha alla base gli stessi meccanismi e problematiche che portarono alla vittoria Obama, ma finora nessuno ha trovato le soluzioni alle importanti questioni in agenda

obama-trumpGli tsunami democratici della Brexit prima e dell’elezione di Donald Trump quale 45° Presidente degli Stati Uniti d’America aprono il dibattito e l’analisi su cosa sia cambiato in occidente negli ultimi mesi tanto da sconvolgere i modelli politici esistenti, le analisi statistiche, le ricette e le abitudini di tutte le classi dirigenti al di qua del sottile confine tra Russia, Asia, Europa e America.

Gli effetti della mobilità sociale globale hanno avuto infatti diversi sconfitti e alienati dal circolo economico-produttivo che oggi hanno assunto dimensioni numericamente talmente rilevanti da vincere le elezioni.

Certo, può far sorridere che a incarnare il simbolo dell’antiglobalizzazione possa essere un miliardario eccentrico, ma il suo merito, tra gli altri, è di aver saputo incarnare perfettamente l’agenda politica che ha riscaldato il cuore delle masse alienate moderne e, ancor di più, ha saputo guadagnarsi la loro fiducia e instaurare una linea di comunicazione diretta, anche con un uso intelligente dei social media e in particolare di twitter, protetta dalle influenze mediatiche esterne, che invece per mesi lo hanno dipinto in modo ultra negativo, facendo involontariamente il suo gioco.

Il risveglio per molti ieri è stato duro, come ogni shock che si rispetti sa essere.

Al di là di chi ha vinto in America, Donald Trump, e di chi ha perso, Hillary Clinton, restano ancora da risolvere i problemi che hanno portato a una “ribellione” democratica così forte e così estesa, se pensiamo che l’onda lunga dei partiti anti-sistema è ben lontana dall’essersi smorzata, pensiamo solo a Germania e Italia, per fermarci all’Europa.

Ciò vale a maggior ragione se si pensa che alcuni dei problemi oggi in agenda, in particolare quelli economici, sono gli stessi che a suo tempo avevano permesso a Barack Obama di vincere contro tutti gli avversari di allora. Tra i quali, ricordiamolo, nelle primarie democratiche del 2007-2008 c’era ancora la stessa Hillary Clinton, che a quanto sembra non pare aver imparato la lezione.

A suo tempo Obama seppe vincere con molte analogie rispetto a quanto oggi ha saputo fare Trump. In economia seppe interpretare le esigenze di una classe media allora colpita in pieno dalla crisi finanziaria più grave dai tempi della Grande Crisi del 1929. Mediaticamente fu il primo politico della storia a saper utilizzare sapientemente i social media, in quel caso Facebook. Infine seppe interpretare il mantra del cambiamento, come oggi ha saputo fare Trump.

Ci sentiamo allora di commentare anticipando fin d’ora alcuni problemi non affrontati nell’agenda Obama e che se non saranno affrontati nell’agenda Trump porteranno tra qualche anno a dei deja vu non simpatici.

Vi sono infatti alcuni fattori che non possono tecnicamente essere tolti dal tavolo e le cui conseguenze ancora oggi non trovano una risposta soddisfacente da parte di nessuno.

Ci riferiamo per prima cosa al progresso tecnologico, che ha avuto, sta avendo e a nostro avviso avrà ancor più nel futuro un impatto epocale nel mondo del lavoro.

Chi non sa adeguarsi oggi alle regole della competizione tecnologica avrà sempre meno voce anche in futuro. Non c’è legge, non c’è protezionismo, non c’è leader politico che possa cancellare tale fattore. E il motivo è semplice. Se infatti per un attimo svestiamo i panni di chi lavora e indossiamo quelli del consumatore, si comprende come la portata trasversale della tecnologia sia travolgente: in quanti infatti possono pensare di rinunciare ai propri smartphone, a internet, al commercio elettronico, limitandoci alla sola comunicazione e senza pensare a tutto ciò che il progresso tecnologico comporta in ogni settore industriale? È chiaro quindi che le aziende che offrono prodotti e servizi che restano tecnologicamente indietro escono dal mercato e con esse le masse di lavoratori che vi erano impiegate: ecco che nascono il fenomeno della crisi economica in Finlandia a causa della morte competitiva della Nokia, che fino a dieci anni fa presidiava più o meno il 35% del mercato e oggi di fatto è in declino inesorabile.

Questo è un fenomeno che non conosce confini e un domani potrebbe benissimo toccare alcune aziende over the top come Apple, Google, o Facebook e che domani potrebbero sparire in pochi mesi, o anni, a vantaggio magari di qualche nuova superazienda cinese, tedesca, o di Singapore.

Chi pensa di fermare la conoscenza è sconfitto in partenza.

Più che altro allora la vera sfida è riuscire ad avere una ricaduta utile dei vantaggi che derivano dal progresso economico anche per le persone che vengono sempre più rapidamente emarginate dal ciclo economico-produttivo. Come reinserirli velocemente nella società in modo virtuoso e non assistenzialistico? Questa è la sfida del presente che nel prossimo futuro deve essere vinta.

Andiamo poi all’aspetto economico, o meglio del commercio e della produzione internazionale, ovvero la tanta odiata globalizzazione.

Alcune teorie vorrebbero difendersi da tale fenomeno attraverso politiche di dazi doganali, o di chiusura parziale di mercati dall’importazione di prodotti esteri. Anche tale fattore pare di difficile attuazione, in quanto, per restare all’esempio americano, come potranno difendersi gli USA dall’importazione di iPhone, oppure di jeans Levi’s prodotti parzialmente in Cina, o al di fuori degli Stati Uniti? Obbligandoli a portare la produzione all’interno del proprio stato, come in campagna elettorale Trump ha promesso di far fare alla Apple? Ma allora in tal caso i prodotti aumenteranno di prezzo, a vantaggio di prodotti concorrenti commercializzati nel resto del mondo. E si arriverà ad un certo punto che essi diventeranno concorrenziali anche con i dazi. A quel punto la sconfitta sarà doppia per gli USA: da un lato perderanno le aziende leader, che diventeranno cinesi, o magari di nuovo finlandesi, dall’altro perderanno i consumatori che perderanno potere d’acquisto a fronte di altri consumatori in altre parti del mondo. In ultima analisi perderà ovviamente anche il governo, che non potrà più ambire ad avere entrate fiscali dalle aziende che avranno perso vantaggio competitivo.

cal1Sempre in ambito di commercio internazionale, un’altra promessa elettorale di Trump prevede fino all’uscita dai trattati commerciali internazionali, a cominciare dal Nafta con Canada e Messico e quindi TTP con i Paesi di Asia e Pacifico e il TTIP con l’Unione Europea. È evidente che se così avvenisse, da un lato si darebbe forza a chi oggi si pone sul proscenio mondiale con l’ambizione di creare nuove rotte commerciali e partnership, come ad esempio la Cina che sta dando forma e sostanza ad un nuovo Piano Marshall con la creazione delle nuove Vie della Seta, che si rafforzerebbero anche in virtù della minore libertà commerciale internazionale degli USA, dall’altro si darebbe forza a chi già oggi comincia a pensare, ad esempio, alla Repubblica della California, che sarebbe la sesta potenza mondiale in quanto a pil e che potrebbe beneficiare dell’indipendenza anche in termini di commercio internazionale, non solo ovviamente nella tecnologia grazie alla Silicon Valley, ma anche persino nel settore primario dell’agricoltura, considerando il fatto che è il primo produttore negli USA e che beneficerebbe enormemente nelle esportazioni in tutto il mondo. Inoltre potrebbe anche risparmiare addirittura 16 miliardi di dollari all’anno in termini di drenaggio fiscale verso altri Stati dell’Unione. Che, tra le altre cose, è meno di quanto oggi il Veneto, che pure ha solo il 12,88% della popolazione californiana, si vede oggi sottratto dal vorace stato italiano.

cal2Su tale aspetto è chiaro allora che la sfida è un’altra: come riuscire a compensare gli effetti positivi di un ciclo economico accelerato in un’area geografica con gli effetti di veloce desertificazione produttiva in altre aree (ad esempio la Finlandia, oppure Detroit)? Anche in tal caso la mancata risposta porterà alla sempre più frequente richiesta di indipendenza delle aree “derubate” delle proprie risorse fiscali per inefficaci politiche di assistenzialismo.

Senza una veloce risposta a queste cruciali domande di sviluppo umano, gli tsunami “democratici” in futuro saranno sempre più violenti ed imprevedibili.

Per quanto ci riguarda, noi abbiamo le nostre idee e ricette e ben presto le sveleremo.

Veneto Sì / Plebiscito.eu